La Preistoria di Carife

 IL NEOLITICO DI  “AIA DI CAPPITELLA”

Con Decreto del Ministero per i Beni Culturali ed ambientali, emesso in data 9 Giugno 1993, l’area individuata in Catasto al Foglio 10, particelle 78 e 277 del nostro Comune, fu sottoposta a vincolo ai sensi della Legge n. 1089 dell’1.6.1939, sulla tutela delle cose di interesse artistico e storico, in considerazione del fatto che:

“Nel Comune di Carife, in provincia di Avellino, località Aia di Cappitella, durante i lavori di sbancamento per la realizzazione di civili abitazioni, sono venuti alla luce importanti e rare strutture di combustione, ascrivibili ad un insediamento di età neolitica;
Che il sito, per la sua particolare ubicazione, è stato interessato da frequentazione umana per un lungo arco di tempo snodantesi dal Neolitico Antico fino al Bronzo Medio…”.

Il Decreto era accompagnato naturalmente da una planimetria e da una relazione scientifica firmate dalla Dott.ssa Giuliana Tocco, Soprintendente in carica.
Nella relazione si legge:

“Lo scavo di emergenza intrapreso negli anni scorsi in località “Aia di Cappitella” nel territorio di Carife ha evidenziato un’area interessata da livelli culturali di età preistorica, che documentano la frequentazione del sito pressoché senza soluzione di continuità, da un momento avanzato del Neolitico antico fino alla fase finale dell’età del Bronzo medio.

Estrema importanza riveste le presenza di rare, ed eccezionalmente ben conservate, “strutture di combustione” o fornaci di età neolitica, la cui esplorazione sistematica contribuirà a far luce sulla loro funzione ancora discussa fra gli studiosi, data l’esiguità di confronti al riguardo.

Sono inoltre attestate cospicue tracce di fondi di capanna con buchi di palo che attestano la lunga occupazione del sito, soprattutto grazie alla sua particolare ubicazione su un pianoro dominante il medio corso dell’Ufita, a breve distanza dallo spartiacque con l’area foggiana e melfese, che dovette svolgere un ruolo non secondario nell’ambito degli irraggiamenti culturali e commerciali in età preistorica, tra cui in particolar modo la diffusione dell’ossidiana”.

Preistoria Carife Av
Selci, ossidiane e nucleo di selce da Aia di Cappitella
Planimetria dell’area vincolata ad Aia di Cappitella di Carife
Planimetria dell’area vincolata ad Aia di Cappitella di Carife

Lo scavo, unitamente a quello effettuato successivamente in località Piano la Sala/Fiumara, lungo il Tratturo, su di un insediamento dello stesso periodo, avrebbe offerto le novità di maggiore rilievo per la conoscenza del “NEOLITICO” della Baronia, di cui non si avevano ancora dati disponibili.

L’importante insediamento, ubicato ad Est di Carife in località “AIA DI CAPPITELLA”, è situato su un ampio terrazzo a 730 metri sul livello del mare, degradante con terrazzi mediani alternati a ripide balze, verso il fiume Ufita.
Dal terrazzo si domina un ampio tratto della sottostante piana con un ottimo controllo del territorio e degli itinerari del fondovalle. La felice posizione topografica è valorizzata dalla presenza di piccole sorgenti ancora attive. Una sorgente sulfurea è ancora presente nelle vicinanze, in località Canale. I caratteri pedologici dei terrazzi contigui e sottostanti, adatti allo sfruttamento agricolo, in particolare cerealicolo, hanno determinato l’occupazione del sito in diversi momenti del Neolitico.

In quest’area, destinata, nella ricostruzione a seguito del sisma del 23 novembre 1980, a zona B del Piano di Zona, l’intervento di urgenza da parte della Soprintendenza Archeologica di Salerno fu determinato dall’affioramento in sezione, lungo la trincea artificiale scavata per l’alloggiamento delle tubazioni idriche, di tre strutture consistenti in fosse a fondo piatto, o leggermente concavo, profonde non più di 30-50 centimetri. Il riempimento di tali strutture, che testimonia una sistemazione legata all’uso, era costituito da ciottoli di pietra arenaria, copiosamente presente in zona, con forti tracce di combustione, immersi in uno strato di tronchi carbonizzati, riferibili per lo più a quercia.
L’esplorazione successiva evidenziò la presenza di ben sei strutture. Si trattava di fosse quasi rettangolari di metri 2,50X4 circa, con pareti concotte, i cui termini di confronto hanno rimandato gli studiosi a strutture molto affini rinvenute in Abruzzo e nei villaggi della cultura di Chassey (Francia), le quali recentemente sono state interpretate come strutture di combustione all’aperto per la cottura o tostatura di cibi e/o per la produzione di ceramica.
Aia di Cappitella fu certamente popolata a partire almeno da una fase avanzata del Neolitico antico (fine VI-inizi V millennio avanti Cristo), di cui sono state trovate tracce anche nella vicina località Addolorata, da genti in possesso di tradizioni culturali che rivelano indubbi contatti con le “facies” coeve fiorite nel tavoliere delle Puglie e nei villaggi del Melfese lungo il fiume Ofanto.
Durante lo scavo è stata recuperata una notevole quantità di frammenti ceramici ancora ornati con impressioni a crudo, ma molto più evoluti sia per la forma dei vasi (ciotole, scodelle) sia per la sintassi decorativa, caratterizzata da tecniche e motivi particolari, eseguiti con l’utilizzo di un punzone (forse osseo) dentellato, premendo ad intervalli regolari sulla superficie del vaso.

Preistoria di Carife Av
Nella foto anse a rocchetto, due fusaiole e due orli di vasi
Vaso frammentato con ansa a rocchetto (Foto estratta dal Web)
Vaso frammentato con ansa a rocchetto (Foto estratta dal Web)

Il reperto sicuramente più significativo è costituito da una bellissima ascia in pietra.
Un’ascia identica, ma decisamente meglio conservata, perché forse da parata o votiva e mai utilizzata, fu rinvenuta alla contrada “Fiumara”, durante lo scavo in proprietà Santoro, sempre lungo il Tratturo, ma ne parleremo più avanti.

Altri frammenti ceramici recuperati nel corso dello scavo indizierebbero la frequentazione di questo sito anche nel corso del Neolitico Medio (IV millennio a.C.). Questo periodo segna un ulteriore potenziamento dei mezzi della civiltà neolitica, capace ormai di sfruttare in modo stabile i suoli agrari, mediante l’invenzione delle tecniche rigenerative.

Nel frattempo si andava perfezionando ed ampliando la rete degli scambi, con il sistema del baratto o scambio dei prodotti.

L’omogeneità culturale che dalla Sicilia all’Italia meridionale e oltre sembra delinearsi nel corso del Neolitico tardo ( Fine IV–inizi III millennio a.C.), con la diffusione degli aspetti riferibili alla cultura di Diana-Bellavista (dal sito in contrada Diana a Lipari e da Masseria Bellavista in territorio di Taranto) è ampiamente rappresentata ad Aia di Cappitella da una ricca tipologia di anse a rocchetto impostate sopra l’orlo di ciotole, olle e scodelle.

L’affermarsi di questa “facies” culturale è da porre in rapporto con il commercio dell’ossidiana su rotte avviate già da tempo. L’ossidiana, unitamente alla selce, era necessaria per la creazione di armi ed attrezzi (selci, elementi di falcetto, bulini, cuspidi di freccia, asce, ecc.).

Dati significativi scaturiscono quindi dalla presenza ad Aia di Cappitella, e in altre zone lungo l’Ufita, di strumenti e nuclei di ossidiana, che attestano la funzione mediatrice della Baronia, posta tra la Puglia e la Campania, come punto focale per il transito e la diffusione di commerci e fermenti culturali tra il Tirreno e l’Adriatico.

L’esame chimico-fisico condotto sulle ossidiane rinvenute a Carife dall’Università di Pisa ha confermato, con certezza assoluta, che esse sono provenienti dall’isola di Lipari. Ciò ha potuto offrire un contributo assai valido alla soluzione delle problematiche legate alla circolazione ed allo scambio di questo prezioso materiale in aree lontane dalla fonte di approvvigionamento.
Numerosi esemplari di elementi di falcetto sembrano attestare la pratica di attività agricole; che l’allevamento degli ovini poi fosse finalizzato anche alla produzione della lana è confermato dalla presenza di pesi da telaio e di fusaiole, che documentano nel sito un’attività di tessitura.
Presso l’Università La Sapienza di Roma, con il metodo del radiocarbonio (carbonio-14), è stato effettuato anche l’esame dei cospicui resti di carbone presenti nelle strutture di combustione), cosa questa che ha permesso la datazione del sito con un ridottissimo margine di errore (più o meno 20 anni data calendario).

Sono stati addirittura prelevati campioni di terreno in profondità e dal loro esame, soprattutto analizzando i pollini presenti, si son potute ricavare molte informazioni sulla flora del territorio, che non era poi molto diversa da quella attuale

Durante lo scavo, che come si è visto è stato condotto con le più moderne ed aggiornate tecniche, sono stati evidenziati numerosi buchi nei quali erano alloggiati i pali di legno che sostenevano le capanne, sotto le quali si svolgevano le attività quotidiane.

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Ossidiane provenienti da Lipari (elementi di falcetto?) da Aia di Cappitella
Fusaiole da Aia di Cappitella
Fusaiole da Aia di Cappitella

Fortunatamente su parte dell’area che fu interessata dagli scavi e su quella ancora da scavare non ci sono costruzioni, fatta eccezione per le strade e per una piccola cappella dedicata alla Madonna della Mercede.

Sulla stessa area gli alunni delle Scuole di Carife hanno eseguito il progetto “Orto scolastico”.

Preistoria Archeologia Carife
Scoria di lavorazione di nucleo di selce (Garganica?) da Aia di Cappitella

 

IL NEOLITICO DI  “PIANO LA SALA/FIUMARA”

Uno scavo sistematico fu intrapreso dalla Soprintendenza in località Piano la Sala/Fiumara di Carife ed interessò solo un piccolo angolo compreso tra la via comunale “Tratturo” e la strada di fondovalle Ufita, nella proprietà dei fratelli Angelo e Giuseppe Luigi Santoro. Durante i soliti lavori di aratura erano affiorati numerosi frammenti ceramici e selci, cosa questa che fece pensare subito ad un insediamento della preistoria.

Il sottoscritto che era in quel tempo Consigliere Provinciale e rivestiva la carica di Assessore alla Cultura, Beni Culturali ed Istruzione, mise immediatamente a disposizione della Soprintendenza archeologica un finanziamento che permise di condurre nel sito un’ indagine esplorativa: si scavò in diversi settori di circa 16 metri quadrati l’uno. Furono recuperati un gran numero di frammenti ceramici, relativi al Neolitico Medio, e molte selci ed ossidiane.

Durante un’ispezione sommaria in superficie, subito dopo l’aratura, il sottoscritto nella sua veste di Ispettore Onorario del Ministero dei Beni Culturali aveva già recuperato e consegnato alla Soprintendenza una splendida ascia in pietra verde levigata, perfettamente conservata e senza alcun segno di usura: Potrebbe trattarsi di un manufatto votivo o da parata. Su questo tipo di manufatto molti hanno scritto, in quanto è presente in quasi tutti i siti frequentati dall’uomo del Neolitico. Nella paletnologia italiana, con il termine ascia in pietra levigata, viene indicata una lama fabbricata con rocce di particolare durezza e densità, che era fissata in origine ad un manico di legno. Questo strumento era utilizzato dall’uomo preistorico per il disboscamento, per lavori di carpenteria del legno e per altre attività domestiche.

Dopo aver effettuato lo scavo la Soprintendenza fece ricoprire con un telo la superficie indagata e procedette ad effettuare il rinterro, restituendo nel contempo la terra ai proprietari per la coltivazione.

Il sottoscritto non ha potuto ancora leggere la relazione presentata dall’archeologa che aveva curato lo scavo.

LA FACIES CULTURALE DI LATERZA A ISCA DEL PERO/PIANI DI CASTEL BARONIA

Durante i soliti lavori di aratura in località Isca del Pero/Piani di Castel Baronia erano venuti fuori da molto tempo moltissimi frammenti ceramici, pietrame e tegoloni, che indicavano la frequentazione del sito in un arco di tempo lunghissimo.
Il sito è adiacente ad un piccolissimo ruscello che convoglia a valle, verso il fiume Ufita, le acque meteoriche e quelle di una piccola sorgente che si trova un po’ più a monte, sui fianchi di una collinetta chiama in dialetto Al’vedda”, italianizzato in Olivella o piccolo ulivo.
Negli anni Settanta, nel periodo in cui redigeva la tesi di laurea sugli Hirpini, il sottoscritto aveva recuperato sul terreno una testa leonina fittile (forse un gocciolatoio), due contrappesi da telaio, frammenti di ceramica aretina sigillata e numerosi altri frammenti di vasi, che furono consegnati al Direttore in carica del Museo Irpino, Dott. Consalvo.
Qualche anno dopo sempre lo scrivente, questa volta Ispettore Onorario, recuperò in una zolla del terreno appena arato una coppa monoansata integra, che era stata realizzata senza l’uso del tornio; la superficie dell’area circostante al luogo del ritrovamente era ricca di frammenti “embricati” di vasi di varie forme e dimensioni, di frammenti ossei, di pezzi di argilla essiccata, di residui di carbone e di anse, che presentavano una specie di bottone sulla parte alta, caratteristica tipica della “facies” culturale di Laterza. L’embricatura è una sorta di lavorazione fatta a squame sulla parete del vaso.
I materiali furono consegnati al Prof. Johannowsky, che immediatamente fece fare alcuni saggi di scavo nell’area, con la collaborazione dell’Ispettrice di zona Dott.ssa Giovanna Gangemi.
Da una prima indagine superficiale si dedusse che l’area era stata frequentata in un periodo molto lungo, collocabile tra l’Eneolitico ed il romano, passando attraverso i Sanniti.
Il primo saggio di scavo individuò le fondamenta di una villa romana di notevoli dimensioni, databile tra la fine dell’età repubblicana ed una fase avanzata del periodo imperiale; nel corso dello scavo furono recuperati diversi frammenti metallici, tra cui parecchi chiodi, numerosissimi frammenti ceramici, pertinenti soprattutto a ceramica d’uso quotidiano, grossi frammenti di doli e diverse monete.
Nelle immediate adiacenze fu raccolto anche un frammento di cratere attico a figure rosse, che il Prof. Johannowsky datò al IV sec. a. C..
Successivamente lo scavo si localizzò un po’ più a monte, verso la località “Olivella”. Nel luogo in cui più numerose ed evidenti erano le tracce della frequentazione eneolitica.
L’Eneolitico, o età del rame, segue il Neolitico e si colloca tra il 3.500 ed il 2.300; l’uomo vive ancora essenzialmente di agricoltura e di allevamento, le tecniche colturali sono state perfezionate ed è stato introdotto l’utilizzo dell’aratro a trazione animale, cosa questa che favorisce ed agevola la coltivazione dei suoli.
Isca del Pero si trova lungo l’antico tratturo che in parte si percorre ancora in riva destra del Fiume Ufita. L’insediamento è riferibile ad un periodo che va dall’Eneolitico all’inizio dell’età del bronzo. Nell’insediamento esplorato a Isca del Pero è stata identificata una paleosuperficie che gli archeologi hanno attribuito, come detto in precedenza, alla facies culturale di Laterza. Numerosi buchi di palo indicavano la presenza di strutture abitative di forma ovale o leggermente ellittica, contornate da una serie di pozzetti e significative tracce di terreno concotto.
Durante lo scavo sono state rinvenute anche selci ed ossidiane, numerose anse a bottone, frammenti di ceramica d’impasto embricata, con decorazioni a tacche o a ditate.

Disegno di ansa a bottone
Disegno di ansa a bottone

Sono inoltre emersi alcuni fondi di capanne, sotto le quali erano stati sepolti in posizione rannicchiata o fetale i morti, cosa questa che simboleggiava il ritorno alla Madre Terra. Una di queste tombe, la n. 137 del territorio di Castel Baronia, era ben conservata ed aveva un bel corredo funebre.
Altro materiale presente era l’ocra, una specie di terriccio giallastro, che forse simboleggiava il sangue.
Notevole era anche la presenza di grossi frammenti di argilla recanti le tipiche tracce di incannucciata, tecnica con la quale si costruivano i ripari e le soffitte, addossando e legando insieme delle cannucce, poi intonacate con l’argilla che aderiva ad esse.
Lo scheletro fu recuperato con la tecnica detta “a strappo”: con l’aiuto di tondini di ferro infilati al di sotto dello scheletro e con una colata di gesso intorno ad essi lo scheletro viene recuperato integro.
Lo scheletro della tomba n. 137 ed il relativo corredo si trovano attualmente nel Museo-antiquarium di Ariano Irpino.
La presenza della facies culturale di Laterza nel nostro territorio ha stupito e meravigliato non poco gli studiosi, perché mai prima d’ora era apparsa così a Nord, per giunta in una zona molto interna.

Archeologia Carife
Isca del Pero: la tomba n. 137, scoperta il 27.10.1986
Disegno della tomba n. 137
Disegno della tomba n. 137
Tomba 137: disegno dei vasi del corredo funebre  (Si noti l’ansa a bottone e la decorazione a spina di pesce)
Tomba 137: disegno dei vasi del corredo funebre
(Si noti l’ansa a bottone e la decorazione a spina di pesce)
Archeologia Carife Raffaele Loffa, Werner Johannowsky, Salvatore Salvatore, il Sig. Mucciolo
Archeologia Carife Raffaele Loffa, Werner Johannowsky, Salvatore Salvatore, il Sig. Mucciolo