In Memoria di Werner Johannowsky

La notizia che il Prof. Werner Johannowsky era morto in totale solitudine nella sua casa di Napoli, si sparse tra il 5 ed il 6 Gennaio del 2010; l’illustre archeologo aveva da poco compiuto gli 84 anni, essendo nato il 27 Dicembre 1925.
Ebbi modo di conoscere Werner la prima volta nell’estate del 1980, proprio qui a Carife: io ero nella veste di Sindaco eletto nella primavera dello stesso anno, lui nella veste di Dirigente della Soprintendenza Archeologica di Avellino, Salerno e Benevento, chiamata sul posto a seguito dell’affioramento in località Addolorata di alcune tombe, durante lavori di sbancamento e di sterro.
Iniziò immediatamente tra Soprintendenza e Comune una proficua ed attiva collaborazione, destinata a durare a lungo negli anni seguenti ed a produrre risultati assai positivi in campo archeologico per la conoscenza del nostro territorio abitato anticamente dai Sanniti.
Dopo aver effettuato il primo recupero di quelle che erano tombe sannitiche datate IV secolo a. C., il Prof. Johannowsky ritornò sempre più spesso a Carife, perché nel frattempo era stata iniziata una vera e propria campagna di scavi sistematici, dettata dalla necessità di esplorare preventivamente alcune aree ad Est del paese, destinate alla realizzazione di un programma di edilizia residenziale pubblica.
L’esplorazione preventiva, dopo il disastroso terremoto del 1980, sarebbe stata estesa in seguito ad altre e ben più vaste aree nel territorio comunale di Carife e di Castel Baronia.
La legislazione emanata successivamente al sisma, soprattutto la Legge 219 del 1981 e successive modificazioni ed integrazioni, mise a disposizione del Ministero dei Beni Culturali ed Ambientali e delle Regioni interessate un notevole flusso di denaro, destinato a consolidare e a recuperare, ove possibile, il patrimonio artistico e culturale del vastissimo territorio devastato dall’evento. Anche la Soprintendenza Archeologica di SA-BN-AV, cui era sottoposto il nostro territorio, ebbe la sua parte di risorse finanziarie, occorrenti soprattutto per effettuare interventi urgenti e tempestivi appena la terra restituiva qualcosa di interesse archeologico.
Si iniziò subito a Conza della Campania, dove sotto le macerie del centro storico, erano state portate alla luce le strutture romane ed il Foro dell’antica Compsa. Contemporaneamente erano partiti gli scavi a Serra di Marco di Castel Baronia e si continuava a scavare, con risultati eccellenti, anche in altri siti importanti, quali quelli di Elea-Velia (tra Casalvelino ed Ascea), di Volcei (Buccino) e di Atena Lucana.
Gli scavi intrapresi nel territorio di Carife e di Castel Baronia risultavano sempre più interessanti e la conoscenza dei Sanniti/Hirpini, “gens fortissima Italiae”, cresceva in maniera esponenziale e si arricchiva ogni giorno di più di nuovi tasselli ed elementi utilissimi ed importantissimi.
Parallelamente si consolidava e cresceva un rapporto di grande amicizia e di stima reciproca tra gli amministratori, i cittadini ed il Prof. Johannowsky, chiamato sempre più spesso sugli scavi di Serra di Marco prima e dell’Addolorata poi, che restituivano quasi quotidianamente un gran numero di tombe, assai interessanti per i corredi funebri.
Proprio in quel periodo Werner propose al Ministero la mia nomina ad Ispettore Onorario, cosa che mi procurò una soddisfazione immensa, mi gratificò e mi invogliò a vigilare e a fare di più, per molti ann,i non solo nel territorio dei due Comuni, ma anche sulle emergenze archeologiche che si verificavano spesso anche nei territori limitrofi, come a Fioccaglia/Chioccaglia di Flumeri.
Quasi quotidianamente di sera, al suo rientro a casa a Napoli, gli telefonavo per informarlo delle novità e delle piacevoli ed interessanti “sorprese” che riservavano gli scavi: era felice come una Pasqua e non vedeva l’ora, magari l’indomani stesso, di venire a Carife e constatare di persona la forma e la foggia dei tanti vasi e degli altri oggetti che venivano alla luce in continuazione.
La mattina, ben presto, prendeva il treno a Napoli e scendeva a Salerno, dove aveva sede la Soprintendenza: qui lo attendeva il duro lavoro burocratico di ufficio, con tanti problemi da risolvere. Per chi conosceva bene Werner appariva impossibile immaginarlo in una stanza, seduto dietro una scrivania in giacca e cravatta: sarebbe equivalso a condannarlo ad un lavoro improbo ed impossibile, lontano le mille miglia dal suo modo di essere archeologo; appena poteva chiamava l’autista (lui non guidava),saliva a bordo della macchina di servizio e raggiungeva gli scavi, dislocati in punti assai distanti tra di loro: solo lì, vicino al suo mondo, si sentiva realizzato. Werner apparteneva consapevolmente a quella categoria di studiosi che, quando hanno tra le mani un frammento, una testimonianza, un reperto restituito dal terreno si emozionano e non lo nascondono, provano brividi nella mente e nel corpo e sono capaci di trasmettere queste sensazioni anche agli altri: se non fosse stato capace di far scoccare la scintilla d’amore per l’archeologia in chi lo ascoltava… non avrebbe potuto fare il professore universitario, non sarebbe stato il grande l’archeologo che tutti noi conosciamo e, soprattutto, non sarebbe stato così attento alle emergenze archeologiche della nostra zona interna, da sempre trascurata.
Quasi sempre in Soprintendenza trovava ad attenderlo il Sig. Mucciolo, dipendente della Ditta Vitiello di Pompei, cui venivano frequentemente affidati i lavori e gli scavi di somma urgenza, in quanto aveva maturato una lunga e qualificata esperienza nel settore; Werner saliva nella Fiat Ritmo e veniva direttamente a Carife o andava prima nelle altre località, nelle quali c’erano scavi in corso. Quando, con la sua inseparabile borsa, arrivava sullo scavo salutava tutti con un fragoroso “Salve!” e se notava che i reperti affiorati erano particolarmente belli ed interessanti, sorrideva soddisfatto, incominciava allegramente a sfregarsi le mani e saltava qua e là intorno al settore di scavo, con un entusiasmo straordinario e quasi infantile; sui cumuli di terreno che si andavano formando intorno al settore sostavano spesso anche molti altri curiosi; conversava allegramente con ‘zi Luigi e con gli altri operai e chiedeva altre informazioni e notizie, prendendo suoi personali appunti nell’immancabile block notes a quadretti, sul quale elencava i reperti e faceva i suoi personali rilievi e disegni, imitando l’opera dei disegnatori, sempre presenti sullo scavo. Era capace di ricordare ciascun reperto, anche a distanza di molto tempo, e ricordava il numero della tomba dalla quale era stato recuperato. Una volta capitò che uno degli operai, non avendo ancora avuto il sentore di essere arrivato con lo scavo al livello di posa del corredo funebre, sferrò una picconata e con la punta fece un bel buco nella pancia di una grossa olla; guardò terrorizzato in direzione di Werner, temendo un rimprovero, ma questi con un sorriso disarmante e con grande umanità sdrammatizzò quel momento di…alta tensione.
E’ ancora vivo in me il ricordo dell’espressione raggiante che vidi sul suo volto soddisfatto, quando nel 1985 vennero recuperati i due kottabos in bronzo dalle tombe 89 e 90 di Piano la Sala, unitamente al bellissimo cratere attico a campana, con scene di Satiri e Menadi dipinti con la tecnica delle figure rosse. Johannowsky attribuì le due tombe ad elementi della classe emergente dei Sanniti/Hirpini e riconobbe immediatamente nel cratere la tecnica, l’arte e la mano del “Pittore di Dolone”.
L’ho visto spesso prendere il piccone e gli attrezzi tipici occorrenti per lo scavo e, mentre gli operai consumavano il pranzo, continuare lo scavo, liberare i vasi e gli altri oggetti della terra, o ripulire accuratamente ed amorevolmente le ossa che affioravano. Spesso si inzaccherava le scarpe nel terreno argilloso sul quale si era abbattuto un temporale estivo e si sporcava i suoi immancabili pantaloni di velluto. Usava non con grande perizia la sua macchina fotografica, sempre a tracolla e talora lo dovevamo avvertire che il copriobiettivo…lo copriva veramente, anche quando si accingeva a scattare una foto. Sullo scavo era proprio felice e conversava con tutti, specialmente con le sue collaboratrici e con i suoi studenti che si apprestavano a diventare archeologi alla sua scuola presso L’Istituto Orientale di Napoli, e tra questi la Dott.ssa Matilde Romito. A tutti dava consigli e suggerimenti con grande, inimitabile pacatezza e io provavo un po’ d’invidia…
Il suo parlare era caratterizzato dall’uso di frequenti intercalari, quali “praticamente”e “all’atto pratico”. Spesso prendeva delicatamente un vaso con le mani, lo osservava attentamente e notando che esso riproduceva, imitandoli, quelli più nobili spesso presenti nelle tombe, e le decorazioni che presentava (si trattava quasi sempre di decorazioni a fasce brune e rossicce) diceva soddisfatto che “era frutto dell’allegra fantasia indigena”, con la sua particolare “erre moscia” e respirando affannosamente, in un modo che era una sua peculiare caratteristica.
Una sola volta lo vidi molto arrabbiato: difendeva a spada tratta il lavoro fatto dalle sue collaboratrici e non voleva altri lo utilizzassero o plagiassero.
Egli amava profondamente il nostro paese, la nostra terra, amava la nostra gente, la nostra cultura, le nostre tradizioni ancora intatte, la nostra lealtà e sincerità, i nostri prodotti ancora genuini, la nostra cucina, il nostro vino, il nostro olio, la nostra ospitalità. A Carife si è sempre sentito a casa sua. Werner, ogni qualvolta poteva o ne aveva la voglia, prendeva un autobus di linea a Napoli e scendeva a Grottaminarda, dove c’era sempre qualcuno di noi ad aspettarlo per condurlo con la propria auto a Carife, evitandogli in questo modo il tragitto ben più lungo e pieno di curve sulla Strada Statale 91. Spesso si fermava a pranzo presso le nostre case, mangiava con gran gusto e soddisfazione quello che trovava in tavola, anche se le sue preferenze andavano alle pietanze tipiche della nostra civiltà contadina: legumi, verdure, soffritto di maiale, baccalà, frittate con peperoni, asparagi selvatici, patate, ecc.. Era un piacere vederlo mangiare e bere più di un buon bicchiere di vino, apprezzare il nostro olio, del quale conosceva tutti i pregi.
Durante le sue visite a Carife spesso facevamo insieme escursioni sul territorio, alla ricerca di tracce ed indizi archeologici: un giorno, mentre eravamo su di un terreno arato ai Piani di Castel Baronia, si avvicinò un signore che ci riferì di aver visto in un’abitazione poco distante da lì una statua in pietra. Werner, subito interessato, guardò verso di me e decidemmo subito di andare a vedere di cosa si trattava; percorremmo circa un chilometro ed arrivammo ad una casa di campagna, dove il proprietario ci mostrò subito il manufatto: in un angolo del garage, sul pavimento, c’era una statuetta in marmo di bambino priva della testa, di grandezza naturale, piena di polvere e di schizzi di cemento. Dall’espressione che vidi sul volto di Werner capii immediatamente che doveva trattarsi di cosa di estrema importanza. Il giovane riferì di averla rinvenuta al di sotto di Piano la Sala di Carife, nel letto del fiume Ufita, mentre con il suo escavatore prelevava la ghiaia. Il Professore gli promise la corresponsione del premio di rinvenimento spettante, poi regolarmente erogato, e la statuetta ci fu consegnata e venne portata a Carife. Successivamente fu consegnata alla Soprintendenza. In seguito si sarebbe appreso che la testa era in possesso di un altro, ma fino ad oggi ancora non è stata consegnata.Il luogo in cui era stata trovata la statuetta si trovava immediatamente a valle del sito in cui era stata localizzata una stazione di culto, databile al II secolo a. C., con pavimento in cocciopisto e muri in opera cementizia. In quella che doveva essere la stipe votiva furono trovati anche i resti di molti balsamari fusiformi, tipici del periodo. La statuetta, inequivocabilmente ellenistica, appartiene alla tipologia del “fanciullo che strozza l’oca” di tipo Efeso ed è in marmo pario. Il Prof. Johannowsky ne fece menzione nel Convegno di Venosa, che si tenne dal 23 al 25 Aprile del 1987 avente come tema “L’espansionismo romano nel sud-est d’Italia – Quadro archeologico”. Nella nota n. 49 della sua relazione, intitolata “L’abitato tardo-ellenistico a Fioccaglia di Flumeri e la romanizzazione dell’Irpinia”, pubblicata poi negli Atti del Convegno, affermò che si trattava di “una statuetta in marmo di Arpocrate”, antica divinità spesso rappresentata proprio in figura di bambino paffutello e riccioluto.

La statuetta in marmo pario recuperata
La statuetta in marmo pario recuperata
Lato posteriore del paffutello fanciullo/Arpocrate
Lato posteriore del paffutello fanciullo/Arpocrate

L’insediamento di carattere urbano di Fioccaglia o Chioccaglia in territorio di Flumeri era stato individuato da Werner nel 1986, durante un’indagine esplorativa effettuata anche con il contributo finanziario della SNAM, che doveva attraversare l’area con un gasdotto, che poi fu fatto passare in un cunicolo scavato al di sotto del livello delle strutture murarie emerse. Di questo parleremo più avanti in un apposito capitolo.
Werner era intransigente e assolutamente non incline a compromessi: non esitò a denunciare un imprenditore che coltivava una cava in un’area troppo vicina ad un siti interessato da una frequentazione preistorica e spesso si scontrava anche con amministratori comunali più adusi ad usare ruspe e pale meccaniche che a rispettare e far rispettare i vincoli archeologici.
Spesso vedevamo Werner presente anche alle nostre feste paesane: si aggirava tra la gente che lo riconosceva e lo salutava affettuosamente sentendosi a casa sua: aveva un grandissimo bisogno di affetto Werner e a Carife lo ha sempre trovato.
Una volta fu membro della giuria che doveva attribuire a bambini ed adulti dei premi per la migliore e più originale maschera in occasione di una delle sfilate delle tante edizioni del Carnevale Carifano, organizzate dal Circolo Arci di Carife, in collaborazione con l’Amministrazione Comunale ed ora finite nel dimenticatoio. Con noi Werner stava veramente bene: si trovava tra gente della sua stessa militanza politica e pensava ad un modo onesto e pulito di fare questa attività, senza compromessi di alcun tipo.
Era modesto ed umile Werner, ed anche piuttosto schivo, come solo i grandi uomini sanno esserlo e non faceva mai pesare sugli altri il peso delle sue straordinarie conoscenze e competenze: spesso ascoltava pazientemente il pensiero degli altri o le teorie anche strampalate, che qualcuno avanzava circa la topografia dell’Irpinia antica o sulla sua viabilità. A volte evidenziava anche una certa timidezza e si sentiva impacciato.
Spesso era lui a telefonarmi la sera per raccontarmi le sue esperienze di scavo altrove, i risultati che si stavano ottenendo, le convinzioni che stava maturando circa questo o quel problema di topografia antica o di viabilità o di quant’altro. Le telefonate erano lunghissime e pagava poi bollette assai salate: spesso ho avuto il sospetto che lo faceva solo per avere un po’ di compagnia: era un uomo solo Werner e spesso gli altri, e tra questi molti colleghi, non lo capivano; non aveva una famiglia, non si era sposato ed il suo abbigliamento che talvolta lo faceva apparire trasandato non gli consentiva di primeggiare in certi ambienti, come avrebbe potuto e di essere considerato per quello che effettivamente valeva: le sue conoscenze, la sua esperienza, maturata in tante campagne di scavo, in tanti anni di lavoro e di attività professionale, anche di tipo universitario lo avevano fatto diventare sicuramente uno degli archeologi più qualificati ed accreditati a livello internazionale.
Fu ancora lui ad incoraggiarci e ad invogliarci a chiedere, per Carife, l’istituzione di un Museo Archeologico in cui raccogliere e mettere in mostra i reperti provenienti dagli scavi effettuati in Baronia: predispose la relazione scientifica e caldeggiò personalmente, presso la Regione Campania prima e successivamente presso il Ministero, l’allestimento e l’apertura della struttura, già da tempo completa in ogni sua parte, indicazioni stradali comprese, ma ancora tristemente vuota. E’ un’offesa alla memoria di Werner ed al comune senso del pudore…
Spesso, quando telefonava, mi chiedeva notizie circa l’andamento del tempo e delle colture, specialmente dei vigneti e degli oliveti. Se gli dicevo che stava nevicando, felice come un bambino urlava: “Bello! Bello! Così crescono le sorgenti…”; se gli dicevo che stava piovendo, ed era estate, era ancora più felice perché la produzione del vino e dell’olio sarebbe stata più abbondante e di qualità. Werner insomma si sentiva proprio uno di noi e partecipava alla nostra vita.
A volte mi informava delle convinzioni che stava maturando e degli articoli e delle relazioni che stava scrivendo, di cui in seguito mi avrebbe dato puntualmente copia.
Nel corso del 1986 il Prof. Johannowsky dovette lasciare l’incarico di Soprintendente Archeologico e ottenne quello, ben più prestigioso, di Ispettore Generale presso il Ministero: era stato promosso con grande merito, ma dovette purtroppo allontanarsi dagli amici più cari e dai luoghi che gli erano rimasti nel cuore.
Al suo posto subentrò la Dott.ssa Giuliana Tocco, illustre archeologa e studiosa, ma le cose nel frattempo erano cambiate: la burocrazia aveva preso il sopravvento ed il taglio dei fondi fece il resto…
Werner fu tra i curatori della grande Mostra sui Sanniti, allestita a Roma in occasione dell’anno di studi ad essi dedicato. La mostra ebbe grande successo, rimase aperta da Gennaio a Marzo 2000 presso le Terme di Diocleziano ed in essa ben figurarono i reperti di tre tombe provenienti da Carife e di due provenienti da Castel Baronia.
Successivamente la mostra diventò itinerante e si tenne a Capua e a Benevento.
Durante il suo mandato di Dirigente della Soprintendenza di SA-AV-BN curò l’organizzazione di varie mostre e partecipò a vari convegni: ricordiamo tra le altre la mostra di reperti che si inaugurò a Carife il 15 Maggio 1982, facendo conoscere il nostro paese anche fuori dell’Italia.

Carife 15 Maggio 1982: da sinistra il Prof. Ettore Lepore, Raffaele Loffa in piedi, Giovanna Gangemi, Werner Johannowsky, Matilde Romito ed altre collaboratrici della Soprintendenza di Salerno
Carife 15 Maggio 1982: da sinistra il Prof. Ettore Lepore, Raffaele Loffa in piedi, Giovanna Gangemi, Werner Johannowsky, Matilde Romito ed altre collaboratrici della Soprintendenza di Salerno

All’inaugurazione intervennero molti studiosi e tra questi il Prof. Ettore Lepore era docente di Storia Greca e Romana presso l’Università di Napoli ed era stato il relatore della mia tesi di laurea, intitolata “Ricerche sulla storia degli Hirpini”. Era nato nel 1924 ed era quasi coetaneo di Werner, nato invece, come detto in precedenza, alla fine del 1925. Il Prof. Lepore si sarebbe spento poi a Napoli nel 1990.

L’intervento del Prof. Ettore Lepore in occasione della mostra di Carife
L’intervento del Prof. Ettore Lepore in occasione della mostra di Carife

Lo slogan di quella mostra fu “Vestigia del passato…impegno di rinascita”: ma il dopo terremoto del 1980 sarebbe stato davvero lunga e difficile per tutti…la rinascita.
Un’altra mostra assai importante fu quella che fu organizzata dalla Soprintendenza presso il Museo Irpino nel 1992, con il patrocinio dell’Amministrazione Provinciale di Avellino, presso la quale allora rivestivo la carica di Assessore alla Cultura e ai Beni Culturali.
Furono esposti reperti provenienti da Carife e da Castel Baronia: Werner relazionò sui risultati degli scavi ai soci della sezione campana dell’Associazione Italiana di Cultura Classica, alla quale pure lui era iscritto.
La relazione fu ampia, appassionata e dettagliata e fu accompagnata dalla proiezione di diapositive, che scorrevano dopo che lui aveva dato un colpetto sul pavimento…con la punta di un bastone e talora battendo forte sul tavolo con le nocche delle dita.
Per la prima volta gli illustri intervenuti al Convegno conoscevano la nostra terra e i risultati di scavi che permettevano di avere una conoscenza più ampia dei Sanniti.Nel frattempo intanto, dulcis in fundo (o se preferite in cauda venenum), alla mia reiterata domanda di rinnovo dell’incarico di Ispettore Onorario, i nuovi funzionari risposero che esso non mi poteva essere rinnovato… perché negli ultimi due anni non avevo svolto alcuna forma di collaborazione: con una sola espressione si cancellavano anni di sacrifici e di impegni, anche di tipo economico, per le segnalazioni che facevo telefonicamente o per iscritto, per altro sempre a spese mie. Francamente ci sono rimasto piuttosto male e ancora non ho digerito il “rospo”.
Purtroppo la Dott.ssa Giovanna Gangemi, che aveva preferito essere assegnata come Ispettrice di zona alla Baronia e non alla ben più prestigiosa Pompei, quando lasciò Salerno per emigrare al Nord, omise, dimenticò o non ebbe il tempo di compilare la relazione necessaria per il rinnovo del mio incarico di Ispettore.
Werner continuò comunque a seguire gli scavi a Macchia Porcara di Casalbore, da lui iniziati da tempo, portò alla luce un tempio sannitico che mi invitò più volte a visitare, ma, preso com’ero da tanti problemi, non trovai il tempo di andarci…e mi sono amaramente pentito.
Quando arrivava il Natale e le altre feste era sempre lui a chiamare per fare gli auguri a me e alla mia famiglia. Il Natale ed il Capodanno del 2010 lo trascorsi, unitamente alla mia famiglia, a Suzzara (Mantova) presso mio figlio Michele, che lui aveva visto nascere nel 1983 e che nel frattempo si era sposato ed aveva avuto anche un figlio, al quale aveva dato il mio stesso nome, come si usa ancora da queste parti. Werner aveva visto crescere anche mia figlia Clotilde, conosciuta da piccola, quando aveva ancora poco più di sei anni…
Sono sicuro che anche per quell’ultimo Natale Werner, come sempre, abbia voluto fare gli auguri a me ed alla mia famiglia: chissà quante volte aveva composto il numero di telefono di casa mia, senza che io rispondessi.
Al mio ritorno a Carife seppi che il mio grande amico, al quale devo molto e soprattutto gli devo quel po’ di archeologia che mastico ed il consenso, che mi ha sempre generosamente concesso e mai negato, di fare sullo scavo le centinaia di foto che custodisco gelosamente, tra le cose più care della mia vita e di quella della mia famiglia.
Per aggiungere altri elementi di conoscenza ed altri tasselli alla figura del Werner uomo, archeologo, studioso e professore, riportiamo qui ciò che scrisse di lui la sua allieva Dott.ssa Luisa Melillo sul Corriere del Mezzogiorno del 6 Gennaio 2010, qualche giorno dopo la sua morte:
“Werner apparteneva a una categoria di studiosi oggi difficile da trovare: quella dei maestri. Per chi come me ebbe la fortuna di frequentare, studentessa di archeologia prima e ispettore archeologo poi, la Soprintendenza Archeologica di Salerno, Avellino e Benevento, che alla fine degli anni ’70 si trovava ancora in via Martiri Salernitani in stanze anguste e inadeguate in cui, però, si respirava entusiasmo e conoscenza, Werner, come tutti lo chiamavamo anche se era il Soprintendente, rappresentava una figura carismatica, talvolta sconcertante per certi aspetti spigolosi del suo carattere, un uomo buono e generoso, il cui look trasandato poco si addiceva ad un alto dirigente statale quale era, uno studioso sempre disponibile, soprattutto con i più giovani, a comunicare informazioni, a fornire la bibliografia più aggiornata, a dare la straordinaria possibilità di iniziare a scavare in aree archeologiche importanti, ad arricchire gli orizzonti culturali di noi «apprendisti stregoni» permettendoci di confrontarci con il fior fiore degli archeologi italiani e stranieri di passaggio a Salerno.

Werner era uno studioso straordinariamente generoso che ti invitava a visitare lo scavo che stava in quel momento conducendo o che, con l’entusiasmo di un bambino, ti mostrava la fibula di bronzo che aveva appena ritrovato o ti faceva fare chilometri a piedi per i campi per andare a documentare i resti di un santuario antico che da poco aveva identificato. La cosa che più mi colpiva era che in qualunque luogo tu andassi, in qualunque località tu ti trovassi a lavorare, tutti conoscevano Werner perché in quel posto aveva fatto uno scavo o aveva fatto un sopralluogo o aveva stabilito contatti con studiosi locali che gli avevano segnalato nuove evidenze archeologiche. E a me che negli anni ho avuto la fortuna e l’onore di ricoprire la responsabilità dell’Ufficio Archeologico di Santa Maria Capua Vetere, l’antica Capua, quello che un tempo era stato il «suo» ufficio, colpiva il rispetto con il quale la gente ricordava l’onestà e l’imparzialità di Werner pur sottolineandone l’intransigente fermezza. Werner era anche, però, uomo sanguigno e passionale, capace di rancori eterni nei confronti di coloro che riteneva gli avessero sottratto lo studio di materiali sui quali stava lavorando o che avessero avuto l’ardire di spostare nei depositi le «sue» cassette con i “suoi” corredi.

Un uomo solo Werner che alla vigilia di Natale ti teneva al telefono per ore con una scusa qualunque solo, oggi ne sono convinta, per sentire una voce amica, ma che, per estrema discrezione, rifiutava l’invito se gli chiedevi di partecipare al cenone in famiglia. Amava, invece, la cena che ogni 27 dicembre una nostra amica e collega preparava per festeggiare il suo compleanno e che si concludeva sempre con la consegna dello stesso regalo: un maglione nuovo che andava a sostituire quello ormai bucato e macchiato che gli avevamo donato l’anno precedente. Negli ultimi tempi molti di noi ci tenevamo informati gli uni con gli altri per essere sicuri, soprattutto durante il periodo estivo e le festività, di averlo visto e che fosse in buona salute.

Il 31 dicembre Werner era a studiare in biblioteca in Soprintendenza e sembrava che tutto procedesse normalmente. Poi abbiamo saputo che era morto in assoluta solitudine. Mi mancherà vederlo camminare con il suo andare ciondolante, sbilanciato da un lato sotto il peso della borsa stracarica di libri, appunti e fotocopie, quasi il prolungamento della sua mano.

Stava lavorando a un nuovo progetto sull’archeologia di Buccino, la Volcei di epoca romana, Werner Johannowsky, quando, con ogni probabilità è stato colto da un infarto, tra i suoi libri, nella casa che abitava a Napoli da anni, solo, in viale Winspeare. A trovarlo esanime è stata la domestica che non lo vedeva da alcuni giorni. Nato nel dicembre del 1925 da padre svizzero (era di San Gallo, la capitale dell’omonimo Cantone) e da Cornelia Kittoner, austriaca, Johannowsky era considerato il maggior conoscitore della Campania antica.

I suoi scavi avevano riguardato l’intero territorio regionale, con particolare interesse alle aree di Capua, Teano, Calvi, Pozzuoli, Baja. Johannowsky era anche stato soprintendente archeologo di Salerno tra il 1976 e il 1986, ovvero negli anni che seguirono il violento terremoto del 1980 e si prodigò per ridurre al minimo gli immensi danni apportati dal sisma al patrimonio culturale.

Negli ultimi anni fu anche responsabile del gruppo di archeologia subacquea napoletano”.

Davvero un bellissimo ritratto di Werner quello tracciato dalla Dott.ssa Melillo.

Werner Johannowsky
Ritratto di Werner Johannowsky ancora molto giovane
Werner Johannowsky
Werner Johannowsky sullo scavo di Piano la Sala di Carife