La Baronia dei Sanniti/Hirpini – parte 1

I ritrovamenti archeologici sporadici e casuali hanno da sempre interessato quasi tutto il territorio della Baronia e soprattutto quello di Carife, specialmente quando dall’aratura a trazione animale con buoi e muli, si passò a quella effettuata con potenti trattori: l’aratro penetrava nel terreno ben più profondamente, sconvolgendo tombe e strutture murarie più superficiali, tra l’indifferenza (ignoranza?) generale. Da tempo qui si era diffusa la convinzione che si trattava “dei morti del colera, che si seppellivano da soli e mettevano nella tomba le ciotole per l’acqua ed una lucerna”. Si trattava in realtà quasi sempre di tombe appartenenti a varie epoche e talora venivano sconvolti anche i muri delle numerose ville rustiche romane, che punteggiavano il nostro territorio. I siti venivano ripuliti e bonificati dei materiali affiorati e tutto ciò che poteva essere riutilizzato veniva portato via: pietre anche con iscrizioni, mattoni, tegoloni, blocchi di travertino venivano reimpiegati nelle nuove costruzioni. Ciò che non serviva veniva buttato nei burroni o veniva utilizzato per fare massicciate stradali; in diversi posti il materiale fu accumulato qua e là nei campi per formare i famosi “carruozzi”, ammassi informi di pietrame, resti di laterizi, grossi pezzi di doli o di materiale travertinoso, che poi nel tempo venivano ricoperti dalla vegetazione. Successivamente, con l’aiuto di ruspe e pale meccaniche anche questi cumuli di materiali furono caricati e portati via.

Quando invece a seguito dell’aratura o di altri lavori venivano fuori vasi di terracotta intatti, monete, monili vari, vasellame di bronzo, ecc., questi venivano consegnati quasi sempre ai padroni delle terre, lavorate a mezzadria o in affitto, o alle poche persone che ne capivano il valore e l’importanza (tra questi soprattutto i Maestri Elementari, poi i Professori delle Medie, i Professionisti, ecc.). Ma oggi c’è ancora chi racconta di “pignate piene di marenghi d’oro” e tesori nascosti…

Alcuni a Carife conservano gelosamente monete, piccole coppe o manufatti trovati durante il duro lavoro nei campi: l’apertura del Museo potrebbe invogliare la gente a consegnare, senza problemi, quello che hanno e ciò contribuirebbe ad arricchire le conoscenze sul nostro patrimonio archeologico.

Le cose sono andate avanti così per parecchio tempo, almeno fino al terremoto del 1980: l’evento sismico, assai disastroso e tragico per persone e cose, fece nascere nelle zone colpite e soprattutto nel nostro territorio, un grande ed inusitato interesse, oltre che una maggiore sensibilità ed attenzione per ciò che la terra, a volte casualmente, restituiva; credo basti citare alcuni esempi per tutti: sotto le macerie di Conza della Campania emersero i resti romani dell’antica Compsa, a Carife e a Castel Baronia si individuarono, ed in parte si indagarono, ben tre vaste necropoli sannitiche ed insediamenti relativi al Neolitico, a Chioccaglia di Flumeri fu individuata ed in piccolissima parte portata alla luce, una città romana di cui si ignora ancora il nome; si scoprirono i centri storici dei nostri piccoli paesi, veri e propri capolavori messi a dura prova, nei secoli, da frequenti e violenti terremoti.

Oggi purtroppo, a seguito dei frequenti tagli alla spesa pubblica, effettuati senza pietà ed indiscriminatamente in delicatissimi settori (Sanità, Scuola, Cultura e Beni Culturali, ecc.) gli scavi e l’indagine archeologica sono fermi, e con questi chiari di luna lo saranno ancora a lungo. Spesso manca addirittura la benzina per visitare ed ispezionare il territorio, anche quando vengono segnalate altre nuove emergenze archeologiche. Che dire poi dell’interruzione quasi totale da parte del Governo e dello Stato dei finanziamenti previsti dalla Legge 219/81, quando la ricostruzione ancora non è stata ultimata dovunque?

Gli scavi archeologici iniziarono nei territori di Carife e Castel Baronia a partire dal dopo terremoto del 23.11.1980 ed evidenziarono la presenza di ben tre necropoli sannitiche: una in località “Serra di Marco” (Castel Baronia) e due in agro di Carife (Piano la Sala e Addolorata).
Gli scavi si erano resi necessari per esplorare preventivamente le aree destinate alla ricostruzione, e permise di portare alla luce quasi trecento sepolture, offrendo la più ricca documentazione sul Sannio meridionale e soprattutto sui Sanniti/Hirpini che abitarono il nostro territorio, facendoci conoscere meglio questa gente.
Il Prof. Werner Johannowsky, che ha diretto gli scavi fin dall’inizio, ha maturato la convinzione che proprio nel nostro territorio è da ricercare la famigerata ROMULEA, saccheggiata e distrutta dai Romani nel 296 a.C. (1) Questa località, come abbiamo detto in precedenza, era stata menzionata già da Stefano Bizantino, come “città dei Sanniti in Italia”.
Il nome di Sub Romula sopravvisse in seguito negli Itinerari come stazione della Via Appia, il cui tracciato originario seguiva, sempre secondo il Prof. Johannowsky, la valle dell’Ufita.
Le sepolture fin qui rinvenute nelle tre necropoli sono riferibili ad un periodo che va dalla metà del VI agli inizi del III secolo a.C.
Sappiamo ancora poco sugli insediamenti abitativi dei Sanniti, tranne che, secondo Livio, essi abitavano “vicatim”, cioè in piccoli villaggi rurali.
I Sanniti/Hirpini, in caso di necessità, si rifugiavano nell’arce o fortificazione, collocata su un’altura che risultava più agevolmente difendibile, nel nostro caso Romulea.
Si è riscontrato che alcuni tipi di vasellame sono presenti quasi in tutte le tombe (crateri, guttus, coppette, oinochoe, olle, cantaroi, skyphoi, patere, ecc.).
Nelle tombe non mancano poi gli oggetti in bronzo, quasi sempre di provenienza etrusca e in quelle maschili è quasi sempre presente il cinturone di bronzo, che rappresentava, anche in età molto giovanile, “il simbolo della libertà individuale in ambito italico e l’insegna del diritto di cittadinanza presso i Sanniti ed i Lucani” (2).
In qualche caso oltre a quello indossato dall’inumato, sempre in posizione supina, è stato trovato un secondo cinturone disteso lungo il fianco, forse come preda o bottino di guerra, come nella tomba n. 58 di Serra di Marco di Castel Baronia. In antico privare qualcuno della cintura equivaleva a privarlo della libertà.

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Cinturone sannitico in bronzo dalla tomba n. 58 di Serra di Marco (Castel Baronia)

NOTE:

Cfr. Livio, X, 17;
Cfr. WERNER JOHANNOWSKY, L’abitato tardo-ellenistico a Fioccaglia di Flumeri e la romanizzazione dell’Irpinia, in Atti del Convegno di Venosa, 23-25 Aprile 1987.

Quasi in tutte le tombe maschili non mancano il “culter tonsorius” (rasoio), le cuspidi in ferro di lance o giavellotti e, in quelle di personaggi della classe emergente, gli spiedi metallici. In qualche tomba è presente anche lo strigile, a documentare il frequente contatto e gli scambi commerciali con i Greci, che avevano fatto nascere anche tra i Sanniti/Hirpini l’ideale dell’efebia.

Nelle tombe femminili sono presenti fibule e monili di vario tipo e non mancano elementi di ambra e di argento.

LA NECROPOLI DELL’ADDOLORATA DI CARIFE (IV-III Sec. a.C.)

A. RINVENIMENTI SPORADICI E CASUALI

Fin dagli anni Cinquanta del Secolo scorso, in località “Addolorata/Petrala” ad est del centro abitato di Carife, son venute alla luce diverse tombe sannitiche, databili tra il IV ed il III Sec. a.C..

In paese si racconta che in un appezzamento di terreno, ubicato ad Est dell’abitato, in prossimità del famoso “Cerzone” – una secolare e gigantesca pianta di quercia avente una circonferenza di base di più di sei metri – diversi decenni fa venne fuori una tomba in grossi blocchi di travertino, a seguito di aratura con mezzo meccanico. Oggi tanto il proprietario del terreno quanto il trattorista che arava quel giorno non ci sono più.

Il trattorista raccontò allo scrivente (all’epoca ero Sindaco di Carife ed Ispettore Onorario del Ministero dei Beni Culturali) che mentre arava col suo trattore l’aratro strappò dal terreno un grosso blocco di materiale travertinoso, che si scoprì poi essere parte della copertura di una tomba; il terreno faceva una specie di mulinello e scendeva in quello che a prima vista aveva tutta l’aria di essere un pozzo: lo sgomento e la curiosità per quanto stava accadendo assalì tanto il trattorista che il proprietario del terreno, accorso nel frattempo. Si iniziò a scavare alla meno peggio e si scoprì subito che si trattava di una tomba. Il corredo funebre di quella che era proprio una tomba sannitica del IV Secolo a. C. venne presto raggiunto ed era costituito da vasellame di bronzo e fittile: i vasi di bronzo, se scalfiti, rilucevano proprio come l’oro. Nel paese circolò subito la voce che era stato rinvenuto un tesoro. Qualcuno fortunatamente avvertì i Carabinieri di Castel Baronia, che arrivarono subito; il ricco e prezioso vasellame fu recuperato e consegnato a chi di dovere.
Non si ha alcun motivo di ritenere non veritiero il racconto del trattorista, che era una persona molto seria e non avrebbe avuto nessun interesse a raccontare il falso.

Successivamente, durante lo scavo sistematico condotto dal Soprintendente, il compianto Prof.Werner Johannowsky, e dalla Dott.ssa Matilde Romito, sua alunna laureanda in archeologia, la tomba fu ripulita completamente, si arrivò al piano di deposizione e vennero alla luce altri preziosi reperti, costituiti da diverse coppette a vernice nera e da resti di un cinturone in bronzo, sfuggiti ai primi violatori della tomba.

Nel paese si racconta che negli anni successivi, sempre a seguito dell’aratura, sarebbero venute fuori almeno altre due o tre tombe, i cui corredi non ebbero però una sorte felice: non si sa più nulla dei reperti finiti in mano ad avventurieri e “tombaroli”, di certo poco amanti della cultura e del passato del proprio paese; si dice anche che il bellissimo vasellame in bronzo, sicuramente di provenienza etrusca, presente in una delle tombe, sia finito in mano ad amatori di questo genere di materiale e oggi se ne son perdute le tracce, forse definitivamente.
Qualcuno degli anziani ha poi riferito che sempre in questa località in passato, durante i lavori di ampliamento della S.S. 91 all’altezza della prima curva fuori Carife verso Vallata, fu rinvenuta una lastra di argilla (tegolone?) su cui era incisa una scritta in una lingua che non era il latino (era scritta in lingua osca, proprio quella parlata dai nostri antenati Hirpini?).
Anche di questa iscrizione, purtroppo, si son perdute le tracce e un’altra preziosa testimonianza del nostro passato è stata cancellata, forse per sempre; ma la speranza di ritrovare i reperti spariti non ci deve abbandonare…

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La tomba del IV secolo a. C. scoperchiata dall’aratro

Nei mesi che precedettero il disastroso terremoto del 23 Novembre 1980, nel corso dell’esecuzione dei lavori di sbancamento necessario per la costruzione delle case popolari di Viale Mazzini, nelle vicinanze dell’area già interessata ai ritrovamenti precedenti, vennero fuori diverse altre tombe, che furono irresponsabilmente portate a discarica nel Vallone dei Pali; alla fine uno dei proprietari del terreno espropriato non ne poté più e segnalò quel che accadeva a Carife alla Soprintendenza Archeologica di Avellino, Salerno e Benevento, che intervenne finalmente sul posto. Qualcuno riferisce che addirittura una sessantina di tombe o forse più furono distrutte in questa fase, ma il numero è sicuramente approssimato per difetto. Solo qualche pezzo meglio conservato o più integro fu portato via, ma non si sa dove sia finito. Né l’impresa, né l’IACP, né la Direzione dei lavori, né gli Amministratori Comunali, ciascuno per i più svariati e discutibili motivi, fermarono i lavori o si interessarono e preoccuparono dei continui ritrovamenti. Riferiscono che qualcuno abbia addirittura detto in maniera stizzita: “Dobbiamo costruire le case per i vivi… non possiamo pensare ai morti e alle loro tombe!”. Ci fu anche chi, come in passato, ribadì addirittura, con grande “saccenteria”, che doveva trattarsi sicuramente dei morti a causa del colera, che si erano addirittura sepolti da soli, cosa questa sentita raccontare spesso in passato da parte dei contadini più anziani.
Finalmente l’intervento della Soprintendenza, diretta allora dal Prof. Werner Johannowsky, fermò quello che era un vero e proprio scempio per la storia, la cultura e la conoscenza del nostro territorio.

Nella primavera del 1980 fu rinnovata l’Amministrazione comunale ed i nuovi eletti dimostrarono immediatamente un grande interesse per le emergenze archeologiche dell’Addolorata/Petrala e la Soprintendenza Archeologica di Avellino, Salerno e Benevento vigilò con proprio personale, sul proseguimento dei lavori di sbancamento e di sterro. Altre tombe vennero alla luce e furono recuperate. Si ebbe il merito in quegli anni di non esitare e di non tentennare minimamente quando occorreva effettuare indagini archeologiche, anche se queste potevano in qualche modo ritardare l’esecuzione di lavori di urgenza a livello pubblico e privato.

 

A.  L’ESPLORAZIONE SISTEMATICA PREVENTIVA

Il disastroso terremoto del 23 Novembre 1980 e la conseguente necessità di dover reperire nuove aree, da destinare alla ricostruzione, indussero la Soprintendenza ad effettuare una esplorazione preventiva della zona.
Gli scavi archeologici, condotti in maniera sistematica nei territori di Carife e Castel Baronia, a partire proprio dal dopo terremoto, hanno evidenziato la presenza di ben tre vaste necropoli sannitiche: una in località “Serra di Marco” (Castel Baronia) e due in agro di Carife (Piano la Sala e Addolorata).
L’indagine archeologica, ha permesso di portare alla luce centinaia di sepolture, offrendo la più ricca documentazione sul Sannio meridionale e soprattutto sugli Hirpini che abitarono il nostro territorio, facendoci conoscere meglio questa fiera gente.
Il Prof. Werner Johannowsky, che ha diretto gli scavi fin dall’inizio, ha maturato la convinzione che proprio nel nostro territorio doveva trovarsi la famigerata ROMULEA, saccheggiata e distrutta dai Romani nel 296 a.C. (Cfr. Tito Livio X, 17). Questa località era stata menzionata già da Stefano Bizantino, come “città dei Sanniti in Italia”.
Il nome di Sub Romula sopravvisse in seguito negli Itinerari come stazione della Via Appia, il cui tracciato originario seguiva, sempre secondo il Prof. Johannowsky, la valle dell’Ufita.
Si tratta di una ipotesi ben suffragata dalla presenza, in un assai ristretto ambito territoriale, di ben tre importanti necropoli sannitiche, che hanno già restituito centinaia di tombe, sicuramente pertinenti ad un grosso centro sannitico, e di un numero considerevole di impianti rustici e di vere e proprie ville romane, tra cui sicuramente la più importante e la più imponente è quella localizzata in Contrada Piano D’Occhio, nel territorio di Guardia dei Lombardi, a valle di Carife.
Proprio in questa villa, estesa su una superficie assai vasta, il Prof. Johannosky aveva ripetutamente localizzato Sub Romula, la mansio della Via Appia riportata negli Itinerari e la Villa Trivici, in cui pernottarono Orazio, Virgilio, Mecenate, Vario, Tucca ed altri amici durante il loro viaggio da Roma a Brindisi, proprio lungo questa via (Cfr. Orazio, Satira V).

Le sepolture fin qui rinvenute nelle tre necropoli sono riferibili ad un periodo che va dalla metà del VI agli inizi del III secolo a.C.
Sappiamo ancora poco sugli insediamenti abitativi dei Sanniti, tranne che, secondo Livio, essi abitavano “vicatim”, cioè in piccoli villaggi rurali sparsi.
I Sanniti/Hirpini, in caso di necessità, si rifugiavano nell’arce o fortificazione, collocata su un’altura meglio difendibile, nel nostro caso Romulea.

Alcuni tipi di vasellame sono presenti quasi in tutte le tombe (crateri, guttus, coppette, oinochoe trilobati, olle, cantaroi, skyphoi, patere, ecc.). Il cratere più significativo proveniente dal territorio di Carife è sicuramente quello rinvenuto in una delle tombe del V sec. a. C. nella Necropoli di Piano La Sala. Era dipinto con la tecnica delle figure rosse che rappresentavano scene di Satiri e Menadi, personaggi tipici del corteo del Dio Bacco e quindi legati all’ideologia del simposio.

L’abbondanza degli oggetti nelle tombe di Piano La Sala in territorio di Carife e di Serra di Marco, in territorio di Castel Baronia, la raffinatezza complessiva di essi ci dà un’immagine assai positiva dei guerrieri sanniti, che si aspettavano di partecipare ai banchetti dell’oltretomba.
Nella tradizione del “Ver sacrum” o primavera sacra, gli Hirpini sarebbero giunti qui guidati da un lupo (“hirpus” in Osco, la lingua da loro parlata).
Ci piace immaginare i nostri antenati Hirpini, che abitavano il nostro territorio, proprio come ce li descrive Silio Italico (25-101 d.C.) nei “Punica”: essi erano scesi dalle montagne insieme alla gioventù lucana per partecipare alla battaglia di Canne (216 a.C.), naturalmente al fianco di Annibale e contro i Romani, ai quali inflissero una memorabile sconfitta. Leggiamo dai Punica:

“Juventus Lucanis excita iugis Hirpinaque pubes
Horrebat telis et tergo hirsuta ferarum.
Hos venatus alit. Lustra incoluere
Sitimque avertunt fluvio, somnique labore parantur…”

Nella rassegna delle forze in campo a Canne, fatta da Silio Italico, seguiva…

“…la gioventù fatta scendere dalle montagne lucane e quella irpina
irta di lance e con le terga ricoperte di pelli di fiere irsute (cinghiali?).
Li nutre la caccia, abitano luoghi selvaggi.
Placano la sete chinandosi a bere direttamente dal fiume,
e si mettono a dormire stanchi per la fatica…”

Bellissima descrizione davvero…di una gente guerriera e che lavorava duramente!

Gli Hirpini, si sa, diedero molto filo da torcere ai Romani, cogliendo ogni occasione utile per schierarsi contro di loro (Vedi soprattutto le vicende legate a Pirro e ad Annibale), fino alla fine della guerra sociale (89 a.C.), che si concluse con la distruzione di Aeclanum ad opera di Silla. Gli Hirpini furono gli ultimi a cedere: una popolazione davvero fiera e bellicosa! Proprio per tenerli a bada e raggiungere più celermente le loro terre, i Romani, che non dimenticarono mai lo scorno subito alle Forche Caudine, costruirono la Via Appia e crearono le Colonie di Venosa e di Benevento.

Lo scavo in località ADDOLORATA fu intrapreso nel mese di Dicembre del 1981, quando la Soprintendenza, finalmente chiamata in causa, recuperò le prime tre tombe; queste erano emerse a profondità notevole, mentre si stava profilando la scarpata a monte della seconda schiera di case popolari. La tomba n. 1 conteneva, tra gli altri reperti, un cinturone e un bel boccaletto di bronzo decorato con delle sbaccellature; nella seconda, alla cappuccina, furono recuperati diversi oggetti in bronzo ed un frammento di coppa in argento; della terza già sconvolta dal mezzo meccanico, si conservava solo una parte: furono recuperati due pendagli in ambra non figurata, un pendaglio, sempre in ambra, raffigurante una testa femminile, un anello d’argento con incastonato un vago sempre di ambra, molto apprezzata in antichità ed una bella fibula in bronzo tipicamente sannitica, in quanto ad arco e con la staffa alta (1).
Lo scavo si spostò poi nell’area adiacente, quella in cui erano emerse negli anni precedenti, le altre tombe in blocchi di travertino, di cui abbiamo parlato in precedenza. Qui, in un’area di poco più di 700 metri quadrati, da Gennaio a Maggio 1982 furono recuperate altre 19 tombe interessantissime, della tipologia a “fossa terragna semplice”, “alla cappuccina”, semplice o doppia, e in blocchi di travertino a “pseudo camera”. Le tombe erano disposte senza un ordine preciso, anche se prevaleva un orientamento da Sud-Est a Nord-Ovest. Il rito della sepoltura può essere attestato solo per 17 tombe: in 13 è stato praticato quello dell’inumazione in posizione supina, in 4 quello dell’incinerazione (2).
Della stessa tipologia, stando almeno alle testimonianze degli operari presenti nel cantiere, erano anche quelle distrutte e portate a discarica nel Vallon dei Pali di Carife, in proprietà degli eredi di Gianfilippo Fabiano.
Lo scavo sistematico è stato effettuato quindi solamente in un piccolo angolo di quella che, stando agli indizi presenti in superficie, potrebbe essere una necropoli ben più vasta ed arrivare fino al vecchio cimitero di Carife ed oltre.

necropoli sannita carife
Visione d’insieme del Parco Archeologico dell’Addolorata

NOTE:
Su questi ed altri ritrovamenti cfr: Matilde Romito, Guerrieri sanniti ed antichi tratturi nell’alta valle dell’Ufita, Laveglia editore, 1995, pag. 37 e ss..
Per maggiori dettagli cfr. Matilde Romito, op. cit., pag. 37 e ss..

All’apertura di una delle tombe in blocchi di travertino fu presente anche la RAI della sede di
Napoli, ed il servizio fu curato dal noto cronista e giornalista il Dott. Luigi Necco.
I ritrovamenti archeologici di Carife permisero da subito di avere maggiori conoscenze sui modi di vivere e sulla cultura dei Sanniti/Hirpini e tutti gli studiosi e gli addetti ai lavori parlarono del nostro paese.
Si constatò che nelle tombe “la quantità di vasellame metallico…era in esubero rispetto a quello fittile e che ciò trovava confronto con le necropoli sannitiche anche fuori del Sannio”. Il corredo è solitamente composto da pochi oggetti.

Nelle tombe femminili sono sempre presenti una o più fibule (spille) in materiali vari (Bronzo, ferro, argento) ed anelli.
In quelle maschili invece è sempre presente il cinturone di bronzo a due o più ganci (fino al numero di 5), la cuspide di un giavellotto o di una lancia, uno spiedo, talora lo strigile, il culter tonsorius (rasoio), una patera di bronzo, collocata solitamente tra le tibie e uno skyphos, solitamente a vernice nera.
La patera, solitamente presente anche nelle tombe femminili, è a volte sostituita da un piatto in argilla, spesso dipinto a vernice nera.

Per gli oggetti rinvenuti durante lo scavo gli eredi del proprietario del terreno hanno anche riscosso il premio di rinvenimento, che viene riconosciuto in base alla legislazione vigente, per il materiale archeologico recuperato nel corso degli scavi.

Cuspide di lancia/giavellotto costantemente presente nelle tombe maschili
Cuspide di lancia/giavellotto costantemente presente nelle tombe maschili
Il culter tonsorius (rasoio) presente  nelle tombe maschili
Il culter tonsorius (rasoio) presente nelle tombe maschili

Il Ministero dei Beni Culturali, su proposta della Soprintendenza Archeologica, che aveva ritenuto “di interesse particolarmente importante” le tombe ed i corredi funebri in esse ritrovati, procedette in seguito a vincolare l’area ai sensi della Legge n. 1089 del 1939.

Ecco la copia del Decreto con il quale l’allora Ministro per i Beni Culturali ed Ambientali Facchiano, su proposta della Soprintendenza di Avellino, Salerno e Benevento, vincolò l’area in data 25 Ottobre 1989:

baronia_hirpinisanniti (6)Alcune delle tombe della Necropoli sannitica dell’Addolorata di Carife sono costituite da grossi blocchi di materiale travertinoso, che si è formato durante le ere geologiche in prossimità di sorgenti molto ricche di calcare. Materiali simili affiorano nella zona limitrofa alle sorgenti di Castel Baronia e non si esclude che nei dintorni ci fosse una cava, da cui si estraevano i blocchi utilizzati per le tombe. I due spioventi di una delle tombe sono costituiti da monoblocchi lavorati e sfacciati sul posto.
Il materiale travertinoso, assai simile a quello impiegato largamente anche a Paestum per costruire templi e mura di cinta, rappresenta una fonte di notizie importanti per i paleontologi: al suo interno si trovano spesso tracce ed impronte di elementi vegetali, come foglie e ramoscelli, ed anche di animali ed insetti.
Le tombe si trovavano alla fine di una trincea, lunga diversi metri, scavata in contropendenza rispetto alla natura del terreno, per favorire lo scivolamento dei blocchi necessari per la costruzione. Nella trincea era costruito anche una sorta di solco drenaggio riempito di ciottoli, necessario per lo scolo delle acque.
Una volta collocato il defunto su di un letto funebre di travertino o di semplice battuto, in un solco adiacente si deponevano gli oggetti di corredo.
Si procedeva quindi alla chiusura della tomba, che veniva effettuata collocando uno sull’altro altri blocchi di travertino sul fronte; l’ultimo atto era il banchetto funebre, consumato davanti alla tomba ormai chiusa. Lo skyphos dal quale si beveva insieme il vino, veniva poi ridotto in frantumi, a simboleggiare che la vita si era spezzata. I cocci li abbiamo spesso trovati proprio fuori della tomba.

Tomba in blocchi di travertino prima dell’apertura (Dalla pubblicazione di Matilde Romito)
Tomba in blocchi di travertino prima dell’apertura
(Dalla pubblicazione di Matilde Romito)

Nel terreno rimosso per scavare le trincee ed in quello usato per il loro riempimento erano presenti diversi materiali (frammenti di vasellame, ossi di animali, ecc.), riferibili alle epoche precedenti, ed in particolare alla civiltà protoappeninica . In tutta l’area, anche fuori della zona degli scavi, sono stati rinvenuti cospicui frammenti di olle, orci, ciotole con le tipiche anse lunate o ad ascia. Particolarmente bella un’ansa ad ascia rinvenuta a monte della necropoli nelle prime fasi dello scavo. I resti di vasellame documentano la presenza di quella che fu una civiltà caratterizzata da un’economia agricola e pastorale. Su molti dei frammenti si notavano motivi geometrici, spesso punteggiati, e decorazioni a tacca impresse sugli orli dei vasi.
I corredi delle tombe appartenenti al V Sec. a. C. (Piano La Sala e Serra di Marco) sono assai più ricchi e sfarzosi: quasi sempre vasi ed oggetti sono legati all’ideologia del simposio (Crateri, olle, coppette, oinochoe trilobati, skyphoi, kantaroi, ecc.), in quanto il defunto veniva immaginato banchettante nell’aldilà.
Descriviamo a questo punto le tombe che riteniamo maggiormente significative, anche se tutte lo sono per peculiari motivi.
Quella che sicuramente suscitò più interesse fu la tomba contraddistinta con il numero 7: era a cassa, in blocchi di travertino, con copertura a spioventi ed il piano di deposizione era in terra battuta. La descriviamo con le parole della dott.ssa Matilde Romito, sempre presente sullo scavo dell’Addolorata:
“Lo scheletro, disteso supino con gli avambracci ripiegati sul bacino, presentava un corredo ricco di oggetti di ornamentazione personale e di elementi di prestigio come un disco di avorio all’altezza del braccio destro e una fibula argentea chiaramente da parata per le dimensioni straordinarie, parzialmente poggiata sullo stesso disco; il vaso collocato sulle gambe è in questo caso un bacino di bronzo.
Il corredo è costituito dal disco d’avorio (n. 10 del disegno), del diametro di 15 cm. Circa, decorato soltanto su di un lato con cerchietti punteggiati al centro, intorno al foro centrale e tratteggio a spina di pesce sul resto della superficie; una fibula d’argento di grandi dimensioni (n. 1), ad arco semicircolare e staffa allungata trapezoidale, superiormente appiattita, mentre l’arco – ingrossato alla sommità – presenta tra due costolature trasversali un filetto ondulato; due fibule di ferro di cui una con rivestimento in corallo (n. 4 e n. 8); fibula di bronzo (n. 3); due fibule di bronzo delle quali una (n. 6) con rivestimento in ambra ed un’altra (n. 2) con due anelli infilati nell’ardiglione e la staffa che si sviluppa orizzontalmente in un’apofisi fusiforme desinente a protome leonina; bracciali d’ambra (n. 5) rinvenuti ai polsi e un anello d’argento (n. 7); infine un bacino di bronzo (n. 9) a fondo piatto e parete convessa verso il basso e poco inclinata all’esterno, mentre l’orlo piatto orizzontale è appena ricurvo verso l’interno.
Femminile, databile tra la fine del V sec. e l’inizio del IV sec. a. C.” (1).

Disegno della tomba n. 7 dell’Addolorata (Da Matilde Romito, op. cit.)
Disegno della tomba n. 7 dell’Addolorata
(Da Matilde Romito, op. cit.)

Nella nota n. 27 della pagina 39 della sua pubblicazione la Dott.ssa Romito, a proposito del disco d’ avorio, precisa:
“Il disco è stato di recente esaminato da Francois Poplin il quale ha rilevato che il tratteggio a spina di pesce è proprio del materiale e non rientra nella decorazione e ha osservato ancora come il notevole diametro induca a pensare che la sezione della zanna sia relativa alla parte più vicina alla radice della difesa.
Quanto alla provenienza ha espresso l’idea che possa trattarsi di avorio fossile, tenuto conto dei numerosi rinvenimenti di elephas antiquus nell’Italia meridionale”.
La Romito continua aggiungendo anche gli altri ritrovamenti di questo genere di oggetti e aggiunge che “lo stato di conservazione del disco rende però poco credibile questa congettura” (che si tratti cioè di avorio fossile, n.d.r.) e che “inoltre il Poplin si chiedeva se il disco non avesse voluto esemplificare una fusaiola, evidentemente in senso simbolico viste le proporzioni, trattandosi di una tomba femminile, come d’altronde per le sepolture di Melfi: il foro centrale naturale sembra infatti essere stato appositamente lisciato”.
In altra parte di questo lavoro, raccogliendo anche una ipotesi avanzata da Werner Johannowsky, abbiamo detto che poteva trattarsi anche del pendaglio di una collana.

Il grande disco di avorio della tomba n. 7 dell’Addolorata di Carife
Il grande disco di avorio della tomba n. 7 dell’Addolorata di Carife

La tomba n. 9 conteneva, oltre ad una cuspide di lancia, un culter tonsorius, uno strigile in bronzo, un piccolo candelabro, una kylix e un bacino di bronzo. Il cinturone, non indossato, era disteso verticalmente sullo scheletro.
Nella tomba era presente anche un copricapo, che era “costituito da due sbarrette in osso dorato unite a croce, presentava nei quattro angoli elementi serpentiformi di bronzo mentre numerosi vaghi di pasta vitrea (o di osso?) ricoperti d’oro pendevano probabilmente dalle sbarrette fornite di forellini per lo più equidistanti”.
La tomba n. 11, in tegole disposte alla cappuccina, apparteneva ad un bambino. Il cinturone era indossato e conservava perfettamente la bombatura, tanto da rendere ancora l’idea della circonferenza della vita; oltre ad una cuspide di lancia in ferro, la tomba conteneva anche uno skyphos tipo Gnathia, che la Romito nella nota n. 30 della pag. 41 della sua più volte citata pubblicazione così descrive: “Lo skyphos, a v. n., con la parte inferiore ed il piede risparmiati, presenta una decorazione in parte incisa e in parte sovraddipinta: sul lato A, dall’alto in basso, fila di ovoli in bianco, due linee parallele graffite, linea ondulata gialla, altre due linee parallele graffite, fila di puntini bianchi, striscia rossa, poi in bianco alternati grossi grappoli e viticci con linee verticali fortemente ondulate ad andamento spiraliforme; sul lato B, appena sotto l’orlo fila orizzontale di puntini bianchi, due linee parallele orizzontali gialle, altra fila di puntini bianchi, due linee parallele orizzontali gialle, altra fila di puntini bianchi.
Morfologicamente lo skyphos è di forma moilto allungata, derivata dall’ovale, e si allarga nella parte mediana per rastremarsi assai in basso, dove si unisce a un piede sporgente a disco; anse orizzontali impostate sull’orlo.
E’ uno dei prodotti più comuni dello stile di Gnathia; ce ne sono molti esempi in Campania, nella Lucania occidentale. Numerosissimi sono i confronti a Paestum, dove questa forma è ripetuta più volte nell’ambito di una sola sepoltura.
La ceramica tipo Gnathia (1) inizia intorno alla metà del IV sec. e continua per quasi tutto il III sec. a. C.: i soli motivi ornamentali prevalgono verso l’ultimo decennio del IV sec…”

Lo skyphos tipo Gnathia della tomba n. 11 dell’Addolorata di Carife
Lo skyphos tipo Gnathia della tomba n. 11 dell’Addolorata di Carife

Questo vaso, unitamente alla splendida situla celtica in bronzo e ad altri oggetti presenti nelle tombe, documentano i contatti frequenti degli Hirpini con altri popoli (Etruschi per gli oggetti in bronzo, Greci per vasellame a vernice nera).

NOTE:

Gnathia (Egnatia) era un’antica città greca dell’Apulia.

La tomba che presentò il corredo vascolare più ricco fu la n. 14: era in grossi blocchi di travertino e risultò già violata in precedenza. Tra i molti vasi a vernice nera riportiamo un bellissimo oinochoe “a corpo ovoidale baccellato rigonfio verso l’alto, collo corto e spalla arrotondata con listello tra spalla e collo, pertinente ad una produzione dell’Italia meridionale – soprattutto Campania e Apulia – databile nel terzo quarto del IV sec. a. C.” (1).

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Oinochoe a vernice nera della tomba n. 14 dell’Addolorata

La tomba, maschile per la presenza del cinturone e di una cuspide di giavellotto, conteneva anche un guttus a v. n. “con parete a profilo arrotondato e intacchi verticali, bombatura massima a metà altezza, versatoio tubolare nettamente rialzato e foro di riempimento a filtro, di produzione campana – zona di Capua – molto frequente a Paestum, databile nella II metà del IV sec. a. C.” (2).
Il guttus, un vaso di piccole dimensioni, era destinato a contenere e a versare liquidi, anche a gocce.

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Il guttus della tomba n. 14 dell’Addolorata

NOTE:

Matilde Romito, op. cit., pag. 42;
Matilde Romito, ibidem.
In questa tomba c’era anche un piatto a vernice nera con all’interno graffite le lettere greche corrispondenti a P ed A.

Nella tomba n. 16 fu trovato un diobolo di Thurii in argento: “ Sul diritto è rappresentata la testa di Athena di profilo a destra con elmo attico decorato con Scilla, sul rovescio è il toro cozzante verso destra e la leggenda in lettere greche Thurion, della quale è leggibile la seconda parte, nell’esergo un pesce” (1).

Il reperto più importante della tomba n. 18, sempre in blocchi di travertino, è sicuramente una situla (secchio) di bronzo, “databile a cavallo tra il IV e il III sec. a. C.: ha collo estremamente corto, parete a profilo appena concavo nella parte inferiore apoda che diviene progressivamente convesso nbella parte superiore; due anse mobili a semicerchio con terminazione a ghianda, disposte diametralmente in rapporto al bordo, sono impiantate su quest’ultimo per mezzo di attacchi bifori che superiormente presentano una triplice apicatura” (2).
Una situla simile a quella rinvenuta in questa tomba si trova nel Museo Civico Archeologico di Como.

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La situla in bronzo della tomba n. 18 dell’Addolorata

NOTE:

Matilde Romito, op. cit., pag. 44:
Matilde Romito, op. cit., pag. 45

Nella tomba n. 18 era presente anche una bella “fibula in bronzo ad arco romboidale e costolature longitudinali, con molla a triplice avvolgimento e larga staffa a lamina trapezoidale ripiegata verso l’interno” (1).

La fibula in bronzo della tomba n. 18 dell’Addolorata
La fibula in bronzo della tomba n. 18 dell’Addolorata

La tomba sicuramente meglio conservata è la n. 22: era in tegole “alla cappuccina” con copertura molto accurata, formata da tre tegole per lato e coppi alla sommità; alle testate lastre poste verticalmente, piano di deposizione formato da due tegole piane; su varie tegole impronte di mani” (1). In altre occasioni le tegole recavano impronte di animali, come cani o agnelli.
L’inumato, pur essendo un bambino, aveva il cinturone; nella tomba c’era anche uno skyphos a v. n. che era stato volutamente rotto.

La tomba n. 22 della necropoli dell’addolorata
La tomba n. 22 della necropoli dell’addolorata

Nelle tombe maschili della necropoli dell’Addolorata era quasi costantemente presente il cinturone e non mancavano le armi, quali la lancia/giavellotto, e coltelli. A volte era presente anche lo strigile.
Il Prof. Johannowsky aveva maturato la convinzione che la presenza del cinturone, anche in tombe di fanciulli, doveva contraddistinguere il pieno possesso di diritti civili e politici (in antichità privare uno della cintura equivaleva a privarlo della libertà).

A documentare il contatto tra Hirpini e Greci c’è l’ideale della “Efebia”, penetrato anche tra i Sanniti, cosa questa ampiamente testimoniata anche dalla presenza nelle tombe maschili dello strigile, usato per detergere olio e sudore durante gli esercizi ginnici.
Tra i reperti più importanti sono da collocare anche gli elementi di un copricapo d’osso dorati e i resti di una lorica squamata, costituite da elementi in argento raffiguranti Medusa.

ALTRE EMERGENZE ARCHEOLOGICHE DEL DOPO TERREMOTO

Mentre erano in corso gli scavi nell’ambito della Necropoli dell’Addolorata in paese la ricostruzione, già in fase avanzata, continuava senza sosta: si effettuavano scavi e sbancamenti un po’ dovunque e non mancavano le sorprese…archeologiche, vere e proprie emergenze sulle quali bisognava intervenire tempestivamente.
In paese, quando si scavava per impostare le fondazioni delle nuove case soprattutto lungo la Via Aldo Moro, nei presi della Piazza San Giovanni e soprattutto sui “Fossi” venivano fuori delle fosse di varia dimensione, scavate quasi sempre nei banchi di sabbia. Avevano forma regolare ed ovale, molto simile a quella di un dolio, recipiente in terracotta di grandi dimensioni, destinato presso i Romani a contenere granaglie, vino, olio, ecc.. Allo scavo risultò che si trattava di fosse medievali.
Mentre nel Maggio 1984 si effettuavano i lavori di urbanizzazione dell’area A del Piano di Zona, destinato ad accogliere le abitazioni da ricostruire fuori sito, venne alla luce un manufatto di epoca romana di non grandi dimensioni. Lo scavo, subito intrapreso poco al di sotto delle quattro palazzine IACP, evidenziò la presenza di un bel pavimento in coccio pesto, in cui risultavano inseriti anche numerosi frammenti di vasi, con prevalenza di quelli a vernice nera, presenti anche nell’area circostante.
In adiacenza, lungo la strada che portava ad altre abitazioni private, ubicate un po’ più giù, venne fuori un grosso contenitore di piombo, accartocciato e schiacciato dalle radici di una quercia sicuramente secolare.
Il Prof. Johannowsky sostenne che si trattava quasi certamente del pavimento di una cisterna/vasca, costruita a servizio di un piccolo impianto rustico. Qui vennero alla luce anche diverse fosse granarie, utilizzate poi come fosse di scarico; si scavò stratigraficamente solo la fossa n. 5, che evidenziò la presenza di diversi frammenti ceramici.
Successivamente, mentre si effettuava con mezzo meccanico uno scavo in trincea, necessario per collocare i tubi dell’impianto fognante, furono portate alla luce due tombe affiancate in tegoloni di argilla, senza corredo funebre.

Sempre in quel periodo gli operai della Soprintendenza furono chiamati in Largo Grancia, dove si stava effettuando lo scavo per porre le fondazioni della casa di proprietà dell’Ing. Vincenzo Salvatore: in prossimità del vicoletto retrostante, ed in parte sotto di esso, erano affiorate due sepolture adiacenti in tegoloni; nell’elenco delle tombe sono la 51 e 52.
Si procedette alla pulizia necessaria e nella n. 52 fu recuperato un bel corredo funebre, costituito da alcuni vasi di forma diversa dal solito e da molti ossi lavorati, che sembravano essere di rivestimento ad uno scrigno ormai biodegradato. Nell’altra tomba erano presenti solo dei frammenti di un balsamario vitreo rotto.

Probabilmente nell’antichità esse si trovavano lungo l’antica via che proveniva dalle parti di Castel Baronia e si dirigeva verso il “Cupone/Casamarangela”, o verso il cimitero vecchio: le due strade si incrociavano davanti alla Chiesetta/Oratorio dell’Addolorata.
Queste due sepolture sono state datate al I sec. d. C..

Corredo della tomba 52 di Largo Grancia di Carife
Corredo della tomba 52 di Largo Grancia di Carife
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Particolare di brocca a corpo globulare della tomba n. 52 di Largo Grancia di Carife
ED ORA…?

Nel frattempo la Necropoli sannitica dell’Addolorata/Petrala, diventata un parco archeologico, evidenzia molti problemi e carenze:

spesso il sito è invaso dalle erbacce, nonostante la buona volontà degli Amministratori che chiamano a pulire gli operai idraulico-forestali della Comunità Montana “Ufita”;

non si è ancora provveduto ad installare le tettoie di protezione per le cinque tombe in blocchi di travertino presenti nel parco ed esse sono esposte alle intemperie ed alle ingiurie del tempo: due sono ormai collassate e forse sono irrecuperabili…

le staccionate in legno sono sconnesse, stanno marcendo e potrebbero creare pericolo per chi si dovesse appoggiare ad esse;

non vi sono ancora bacheche o didascalie che illustrino con testo, disegni, foto e quant’altro ciascuna tomba.

IL MUSEO…CHE NON C’E’!

Ma la cosa sicuramente più sconcertante consiste nel fatto che, sebbene sia stato ultimato da tempo l’edificio da destinare a museo e sia stato completo in ogni sua parte, spendendo un mucchio di soldi, i reperti giacciono ancora stipati nei depositi della Soprintendenza.
Si pensi che in giro per il paese ci sono perfino le indicazioni stradali per raggiungere il museo…che non c’è.

Tutto questo invoglia a pensare, e conseguentemente ad affermare, che tombe e reperti stavano meglio e più sicuri prima di essere riportati alla luce, perché almeno erano amorevolmente custoditi da Madre Terra.

Riportiamo qui di seguito alcune foto relative alle tombe del Parco Archeologico dell’Addolorata ed ai reperti in esse contenuti:

Ossa del defunto con cinturone a cinque ganci della tomba n. 8 dell’Addolorata (Dalla pubblicazione di M. Romito)
Ossa del defunto con cinturone a cinque ganci della tomba n. 8 dell’Addolorata
(Dalla pubblicazione di M. Romito)
I cinque ganci del cinturone della tomba n. 8 (Dalla pubblicazione di M. Romito)
I cinque ganci del cinturone della tomba n. 8
(Dalla pubblicazione di M. Romito)
Disegni di ganci di cinturoni “a palmetta” e “serpentiformi” (Dalla pubblicazione di Matilde Romito)
Disegni di ganci di cinturoni “a palmetta” e “serpentiformi”
(Dalla pubblicazione di Matilde Romito)
La tomba meglio conservata della necropoli dell’Addolorata
La tomba meglio conservata della necropoli dell’Addolorata

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