CARIFE: TRA SFREGI, VENDETTE E…CARABINIERI

Sfogliando gli atti deliberativi adottati dal Consiglio Comunale di Carife si incontrano provvedimenti in materia di sicurezza pubblica, volti ad arginare i frequenti episodi di delinquenza che interessavano il territorio.
Si evince inoltre che i Reali Carabinieri erano presenti a Carife fin dal 1912 e ciò risulta da una deliberazione adottata dal Consiglio Comunale, pubblicata all’albo Domenica 1° Novembre 1914.

Leggiamo l’atto ad oggetto Risoluzione del contratto di locazione della casa adibita ad alloggio dei RR. Carabinieri e custodia dei detenuti:

“Il Consiglio, considerato che con atto del 29 Agosto 1912, registrato a Castelbaronia il 19 Settembre successivo n. 135, questa Comunale Amministrazione prendeva in fitto da Mirra Vito una casa ad uso di alloggio dei Reali Carabinieri e Custodia dei detenuti, per la durata di anni cinque, dal 1° Gennaio 1912 al 31 Dicembre 1916, con l’annuo estaglio di lire cento. Fra le altre condizioni fu convenuto che il Signor Mirra doveva somministrare la biancheria necessaria per due letti, asciugamani, guanciali, l’acqua per la pulizia personale, provvedere alla lavatura e alla nettezza della casa medesima; e per tanto praticare fu convenuto che presso il Mirra doveva rimanere una chiave di detta casa, e l’altra presso l’arma dei RR.CC. di stanza a Castelbaronia; che, a rendere libero da qualsiasi ingerenza estranea il locale suddetto, questo Sindaco, con nota 6 Settembre ultimo n. 1328 ha invitato il Mirra a consegnare la chiave, volendo provvedere quest’Amministrazione alla biancheria, pulizia ed altro, messo a carico del Mirra, il quale per sue vedute familiari ha dichiarato con lettera del 14 Settembre ultimo di annuire alla risoluzione del contratto, ma di non poter restituire la chiave prima del 31 Dicembre p. v.; Considerato che è miglior consiglio risolvere bonariamente il contratto in parola, anziché iniziare analogo giudizio, ad unanimità delibera:

A. E’ facultato il Sindaco di stipulare col Signor Mirra Vito, regolare atto per la risoluzione del detto contratto 29 Agosto 1912, registrato il 29 Settembre successivo n. 135 d’aver termine il 31 Dicembre p.v.;

B. E’ dato incarico al Sindaco medesimo di togliere in fitto altra casa decente ed adatta con pigione non superiore a lire cento, da servire per alloggio dei RR. Carabinieri e custodia dei detenuti, per il quinquennio 1915-1919”.

Vito Mirra nacque il 15 Giugno 1856 da Francesco e da Teresa De Angelis. Si Sposò il 12 Aprile 1888 con Maria Gaetana Schirillo. Sul cartellino anagrafico è annotata la qualità di “possidente”. Morì il 29 Agosto 1930.
Quasi sicuramente i due Carabinieri distaccati a Carife andarono via allo scoppio della 1^ Guerra Mondiale, se il Consiglio Comunale adottò nel 1922 un’altra deliberazione, con la quale si chiedeva addirittura una Caserma.

La Grande Guerra non scombussolò soltanto l’economia: essa diede un severo colpo anche alle coscienze ed al modo di vivere delle persone; ne risultò compromessa la coscienza civile e si avvertì anche qui a Carife una gran voglia di legalità e di sicurezza. Lo possiamo arguire da una deliberazione adottata dal Consiglio Comunale l’8 di Settembre del 1922, ad oggetto “Voti al Ministero dell’Interno per l’impianto di una caserma di RR. CC. (Regi Carabinieri) in questo Comune”.

Leggiamo la deliberazione:

“Il Consiglio, considerato che colla guerra Europea molti giovani non intendono ritornare al lavoro e preferiscono l’ozio ed il vagabondaggio, acquistando vizi a non descriversi; considerato che spesso e volentieri si vanno verificando incendii dolosi, furti, decortica menti di alberi di olivi, taglio di viti, ferimenti, omicidii, ratti (rapimenti di donne, n.d.r.) ecc., rimanendo impuniti gli autori dei misfatti per la mancanza di forza pubblica nel luogo, il più delle volte i Carabinieri di residenza a Castelbaronia non sono disponibili perché in servizio in altri Comuni, che sono ben quattro alla loro dipendenza; considerato che a scongiurare simili delitti ed altri maggiori che si fanno o si potranno consumare in questo paese, che una volta era il modello del Mandamento, per non dire dell’intero Circondario (di Ariano di Puglia, n. d. r.) si rende indispensabile istituire una caserma di RR. CC. Sia anche di quattro militi con un sott’ufficiale o graduato che sia per il comando della stazione; considerato che coll’istituzione della caserma si verrebbe a ridare la pace e la tranquillità alla cittadinanza, che pochi anni addietro godeva; per appello nominale, ad unanimità delibera: farsi voti all’On. le Ministero dell’Interno perché immedesimandosi delle avanti esposte ragioni, e, nel supremo interesse dell’ordine pubblico, disponga l’istituzione della Caserma dei RR. CC. In questo Comune, sia pure di quattro militi con un sott’ufficiale o graduato che sia pel comando della Stazione, per dar termine ai continui delitti che si vanno consumando ad opera d’ignoti”.

La deliberazione fu restituita senza provvedimento ed il Consiglio Comunale si riunì nuovamente.

Leggiamo quanto deliberò e pubblicò il Consesso domenica 26 Novembre 1922:

OGGETTO: Impianto di una stazione dell’Arma dei RR. CC. In questo Comune.

“Il Consiglio, letta la propria deliberazione dell’otto Settembre ultimo, con la quale si facevano voti al Superiore Ministero dell’interno perché in vista dei delitti che si vanno verificando, come a dire incendi dolosi, furti, decorticazione di alberi di ulivi, taglio di viti, ferimenti, omicidi, ratti, ecc., e lo più delle volte rimangono impuniti gli autori, impiantasse in questo Comune una Caserma di RR.CC. sia pure di un numero limitato a quattro militi con un Sotto Ufficiale; letta la nota del 22 Ottobre prossimo passato (sic!) N. 3785 dell’Ill.mo Sotto Prefetto, colla quale restituisce la cennata deliberazione, senza provvedimenti, avendo ricevuto comunicazioni dal Comandante la Compagnia dei RR.CC. di Ariano che, non potendosi istituire una vera e propria Stazione dell’arma in Carife, si vorrebbe concedere un distaccamento di pochi uomini alla dipendenza della Stazione di Castelbaronia, ed invita perciò di modificare in tali sensi la cennata consiliare; ritenuto indispensabile l’intervento assiduo e costante dei Carabinieri per il mantenimento dell’ordine pubblico ed il rispetto della proprietà privata, a pieni voti delibera: modificare la deliberazione di questo Consesso dell’8 Settembre u.s. relativo all’impianto di una vera e propria stazione di RR. CC in questo Comune, invece ottenere un distaccamento di pochi uomini alla dipendenza della Stazione di Castelbaronia”.

I Carabinieri furono distaccati realmente a Carife in numero di due.
Qualche anziano ricorda anche che nei pressi di Piazza S. Giovanni c’era un locale adibito a carcere, nel quale venivano custoditi coloro che si erano resi responsabili di qualche reato.
Ancora oggi a sorvegliare il territorio di ben quattro Comuni (per altro gli stessi di allora, e cioè Castelbaronia. Carife, San Sossio e San Nicola Baronia) ci sono i soli Carabinieri della Stazione di Castel Baronia, che non hanno il dono dell’ubiquità o dell’onnipresenza: fortunatamente gli atti di criminalità si sono di molto ridotti, ma non mancano abusi di varia natura e furti negli appartamenti.
A convincere il Consiglio Comunale della necessità della presenza dei Carabinieri a Carife, avevano contribuito sicuramente gli episodi inquietanti di tagli di viti ed altri danneggiamenti che si verificavano con allarmante frequenza.
Da una deliberazione Consiliare ad oggetto Provvedimenti per la nomina del Conciliatore, pubblicata all’albo domenica 1° Novembre 1914, apprendiamo di uno di questi episodi dalle connotazioni mafiose e camorristiche. Leggiamo:
“Il Consiglio, considerato che da circa un anno manca il Conciliatore in questo Comune, avendo rassegnato le dimissioni da tale carica il Signor Flora Rocco fu Antonio, provocate, come egli afferma, unicamente da atti vandalici compiuti nella proprietà del Sig. Flora, il quale volle far risalire la causa di tali danni alla carica di Conciliatore; che a seguito di non poche pratiche ed insistenze, si ebbe tre mesi circa orsono una nuova nomina di Conciliatore in persona del Dottor Flora Nicola. Dopo un mese circa di funzioni costui è stato costretto dimettersi essendogli state recise in un suo fondo, ad opera d’ignoti, una quantità di viti; che tali fatti non si possono ritenere compiuti esclusivamente in odio o per i provvedimenti della carica di Conciliatore; han potuto i malevoli essere mossi da altre causali. Ad ogni modo, necessita provvedere subito alla nomina di altro Conciliatore, che abbia domicilio e residenza in questo Comune con preghiera alle competenti Autorità di non delegare altro Conciliatore di un Comune viciniore, sia per le condizioni poco floride in cui versa quest’Amministrazione, sia per salvaguardare il decoro e prestigio di non pochi cittadini di Carife, i quali, modestamente hanno sufficienti qualità morali ed intellettuali da poter covrire l’onorifica carica di Conciliatore in questo Comune; ad Unanimità dei voti delibera farsi voti all’Ill.mo Signor Pretore del Mandamento di Castelbaronia, perché voglia con cortese sollecitudine iniziare le pratiche necessarie per la nomina del Conciliatore in questo Comune, scegliendolo fra gli eleggibili a tale carica residenti in questo Comune”.
Ma non erano solo questi atti a tormentare le notti dei nostri antenati, che temevano i malintenzionati che rubavano di tutto: dalla frutta agli attrezzi agricoli, dalle patate alle pannocchie di mais, dai covoni/gregne di grano ai polli, agli agnelli ai maiali, alle scale per raccogliere le olive, alle olive stesse e all’uva nelle vigne, e via dicendo. Spesso i contadini erano costretti a vigilare, soprattutto di notte, sulle loro proprietà: la fame era tanta e molti rubavano solo per dar da mangiare alla propria famiglia.
Il nostro “Titta” Saura era stato ripetutamente vittima di questi ladruncoli furfantelli ed aveva già presentato ai Militi numerose denunzie contro ignoti per i ripetuti furti subiti.
Quasi tutti i contadini di Carife si recavano a lavorare in campagna e si ritiravano poi la sera a Carife.
Nel corso dell’anno, di buon mattino, potevi assistere ogni giorno ad una scena veramente simpatica: preceduta da un ritmico e cadenzato scalpitìo di zoccoli ferrati sul selciato delle vie cittadine un asino, con il padrone già a cavallo, si avviava verso la campagna percorrendo una strada che conosceva ormai a memoria, tanto che si poteva dire che non era il contadino a guidare “la vettura con il pelo” verso il duro lavoro di una nuova giornata, ma era proprio la povera bestia a guidare l’allegra compagnia.
Del curioso corteo facevano parte, quasi sempre, una riluttante capra che, legata con una fune (“la zoca”) al basto (“la varda”), si lasciava trascinare seguita da una pecora quasi rassegnata. Pecora e capra belavano il proprio disappunto, perché avevano lasciato a casa i loro piccoli, che avrebbero rivisto e allattato solo a sera.
La maleodorante compagnia era arricchita dalla presenza di un allegro e impertinente cagnolino “da pagliaio”, che abbaiava la sua gioia zigzagando davanti a tutti a destra e a sinistra; se incontrava qualche ringhioso cane più grande aveva paura, metteva la coda tra le gambe e si rifugiava al sicuro tra le zampe dell’asino o del mulo. L’allegra brigata era chiusa quasi sempre da una donna che, portando in equilibrio sulla testa una cesta (“ la cosc’na”), con le mani sui fianchi, seguiva quasi in disparte.
Spesso, invece della cesta, le donne portavano sulla testa la culla con dentro il bambino piccolo: tra una poppata e l’altra avrebbe sgambettato tutto il giorno nella sua “cunnula” (dal latino “cunulae” ), sistemata all’ombra di un albero, con il rischio di vedere aggirarsi nei paraggi un serpente, attratto dall’odore del latte, che il piccolo portava con sé.
Dal zinale di lei (“lu sunual’”), tenuto allacciato in vita da una striscia di stoffa, pendeva la lunga e pesante chiave di casa.
A sera spesso quasi inoltrata la stessa scena si ripeteva…al contrario.
Ad andare a cavallo era il più delle volte il poco “cavaliere” e solitamente più acciaccato ed affaticato uomo: alla donna era consentito aggrapparsi alla coda dell’animale e farsi trascinare lungo le salite più ripide, che conducevano verso Carife.
In alcuni momenti dell’anno, specialmente durante la trebbiatura e la raccolta delle olive, il “traffico” di animali e persone era molto più intenso e spesso le “fontane abbeveratoio” dell’Addolorata, delle Fontanelle, dei Fossi, del Giuliano si riempivano e si intasavano di animali in attesa di dissetarsi.
Il segno che in casa si produceva il formaggio veniva dato dalla presenze delle fiscelle di giunco (“fascedd’”) e, soprattutto, dal “casiere”, una sorta di trabiccolo incannucciato appeso al soffitto, lontano da gatti e topi. Su di esso venivano disposte ad asciugare in bell’ordine profumate pezze di formaggio e di cacio ricotta (“masciottole”). Accanto c’era sempre il maleodorante “quaglio”, uno stomaco di capretto nel quale fermentava il latte spesso rabboccato.
Ricordo che noi bambini aspettavano ansiosi la cagliata, perché potevamo mangiare il “siero” tutti insieme in una grossa zuppiera, nella quale, oltre ai pezzi di pane, era possibile “pescare” o catturare a gara qualche saporitissimo pezzetto di formaggio, che nostra madre, magari volutamente, si era lasciato sfuggire: davvero una squisitezza. Ma forse, oltre alla bontà di ciò che mangiavamo, era proprio la fame a far sembrare tutto più saporito, altro che Kinder fetta latte… e merendine varie, omogeneizzati e biscottini Plasmon…
Certo oggi è diventato tutto maledettamente complicato e molti, a incominciare da me, vorrebbero vivere in altro mondo, in un altro tempo, in un altro luogo, magari in un altro corpo, che ci costringe spesso a lunghe attese nei laboratori di analisi, nelle anticamere degli specialisti, a imbottirci di pillole e pasticche, secondo orari scanditi dal suono del promemoria di un telefonino…
Tutto questo a qualcuno potrebbe apparire retorico, decadente, patetico, prosaico ma così è e bisogna farsi coraggio e andare avanti, senza vigliaccherie…e senza facili catastrofismi.
La vita insomma è bella e merita di essere vissuta, anche quando sembra che non ti trovi più a tuo agio e vengono meno i punti fondamentali di riferimento. Te ne accorgi soprattutto quando vai al cimitero nuovo o a quello vecchio: centinaia di volti, noti fin dall’infanzia, ti osservano dalle loro lapidi e sembrano dirti: “Prenditela comoda quanto vuoi, ma sappi che qui tutti noi ti stiamo aspettando…”