IL TESORETTO MONETALE RINVENUTO A CARIFE NEL GENNAIO 1895

La storia dell’uomo sembra essere indissolubilmente legata al desiderio – spesso una vera e propria ossessione – di trovare tesori e di risolvere una volta per tutte i propri problemi economici.
Pensiamo a quante leggende o racconti delle tradizioni popolari parlano di “pignate” o barili colmi d’oro, sotterrati in punti specifici e protetti da misteriosi incantesimi.
La credenza fu così capillarmente diffusa ovunque che, già nel 1897, il medico e studioso di tradizioni popolari Salvatore Salomone-Marino arrivò addirittura a sostenere che il ritrovamento del tesoro nascosto «è pel villico la costante aspirazione, il desiderio intenso, il sogno di tutte le notti, il pensiero che non lo lascia un minuto mentre nel campo volge le zolle o raccoglie i prodotti».
E’ ormai risaputo che il territorio di Carife è molto ricco di tracce e di emergenze archeologiche, che documentano la frequentazione dell’area da parte dell’uomo fin dalle fasi del Neolitico antico.
Molti ritrovamenti del passato sono stati del tutto fortuiti e prima o poi a ciascuno di noi potrebbe capitare di scoprire qualche cosa anche in un modo del tutto fortuito.
Proprio fortuitamente fu rinvenuto un tesoretto monetale nel territorio di Carife nel mese di gennaio del 1895: di esso diede notizia Giulio De Petra in “NOTIZIE DEGLI SCAVI DI ANTICHITA’” nel mese di maggio del 1896.
Diamo qualche notizia sull’illustre studioso: Giulio De Petra nacque a Casoli, in provincia di Chieti, il 13 febbraio 1841. Dal 1862 fu coadiutore alla Direzione del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, uno dei più importanti al mondo, ed anche Ispettore agli scavi di Pompei, Ercolano, Stabia e Cuma.
Il 28 novembre 1875 ottenne la cattedra di professore ordinario di Archeologia presso l’Università di Napoli e il 2 maggio 1875 fu nominato Direttore del Museo Archeologico Nazionale di Napoli.
Pubblicò numerosi ed importanti studi e fu uno dei più stretti collaboratori di Theodor Mommsen per i suoi studi sull’Italia Meridionale. Nel 1877 divenne membro della Società Reale di Napoli e, l’anno dopo dell’Imperiale Istituto Archeologico Germanico.
Nel 1888 divenne socio dell’Accademia dei Lincei. Fu senatore del Regno e morì a Napoli il 22 luglio 1925.
Il “tesoretto” di Carife de quo fu rinvenuto in un fondo di proprietà di Dionigi Filomeno Capobianco, probabilmente da un suo colono.
Dionigi Filomeno Capobianco nacque a Carife, in Strada Terranova, il 7 giugno 1844 da Don Giovanni Marchese Capobianco e da Donna Lucia Addimandi.
Fu battezzato il giorno successivo nella Chiesa Collegiata San Giovanni Battista. Il 24 agosto 1867, in San Nicola Baronia, sposò Concetta Leone.
Era fratello di Donna Lucietta Capobianco, ultima marchesa di Carife, moglie dell’Avv.to Michele Contardi di San Sossio Baronia.
Fu ripetutamente Consigliere Comunale ed anche Sindaco Facente Funzioni del Comune di Carife tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900.
Dionigi Filomeno morì il 13 aprile 1916.
Riportiamo le pagine che danno notizia, un anno dopo, di quel ritrovamento

tesoretto_1 tesoretto_2 tesoretto_3

Leggiamo ciò che scrive l’archeologa Matilde Romito a proposito di questo tesoretto monetale:
“Nel gennaio del 1895, in proprietà di Dionigi Capobianco, fu rinvenuto un tesoretto monetale, posto in due recipienti fittili con decorazione bicroma a fasce, non meglio identificabili (Cfr. Giulio De Petra 1896, pag. 210…”due vasetti coloriti con fasce nere e rosse”).
Si trattava complessivamente di 116 monete: 13 d’argento e 103 di bronzo e di queste ultime 17 erano fuse e 86 coniate.
Immesso nelle collezioni del Medagliere del Museo nazionale di Napoli, è possibile soltanto fornire un elenco delle monete in base alla prima notizia datane dal De Petra nell’anno successivo al ritrovamento e al riferimento del Crawford nell’ambito dei tesoretti databili nel III secolo a. C.
Come data di occultamento di questo tesoretto è stato proposto il tardo III° secolo a.C., in relazione alla guerra annibalica.
Il tesoretto era composto da 1 obolo probabilmente di Phistelia, 1 moneta di bronzo di Aquilonia, 2 didrammi e 42 monete di bronzo di Neapolis, 27 monete di bronzo di Arpi, 2 di Salapia e una di Brundisium, 2 didrammi di Tarentum, 5 oboli di Heraclea e 3 di Thurii, 3 monete di bronzo dei Mamertini, 1 di Siracusa e 1 di Gerone II (Attribuita a Gerone I da De Petra, 1896, pag. 211), 2 monete di bronzo incerte, 67 pezzi della serie pesante Giano/Mercurio di aes grave, 5 pezzi della serie pesante Apollo/Apollo, 2 pezzi della serie Roma/Roma senza simbolo, 2 sestanti della serie con la ruota, 1 triente della serie leggera Giano/Mercurio, 1 mezza libra Apollo/cavallo ROMA, 1 semis della serie Roma/Roma senza simbolo di aes grave, 5 sestanti semilibrali.
A parte gli esemplari di Roma, dei centri campani è presente solo Neapolis e forse Phistelia e dei centri italioti Tarentum, Heraclea, Thurii; ben rappresentate sono le emissioni di Arpi, zecca dell’Apulia settentrionale. E’ presente anche la Sicilia con Siracusa.
La varietà delle zecche, rispondenti a diversi ambiti geografici, sembra confermare, per altra via, la funzione mediatrice tra Adriatico e Tirreno del territorio in esame, e più ampiamente dell’Irpinia”.
(Cfr. Matilde Romito, Guerrieri sanniti e antichi tratturi nell’alta valle dell’Ufita, 1995, p. 53, 54).
Le monete, come già detto in precedenza, furono immesse nelle collezioni del Medagliere del Museo nazionale di Napoli, ma successivamente se ne son perdute le tracce e forse è andato addirittura disperso (!?).
Riusciremo un giorno a ritrovare questo tesoretto e a portarlo a Carife nel nostro Museo Archeologico? Sarebbe meraviglioso…non vi pare?

DALLE MONETE DI CONTRADA “TIERZI” UN PO’ DI STORIA

Durante gli scavi nel complesso artigianale di contrada “Tierzi” furono rinvenute numerose monete (almeno una ventina), che hanno permesso di datare la frequentazione del sito, e quindi la pratica dell’attività artigianale, in un arco di tempo che abbraccia gran parte del I° secolo a.C. e del I° secolo d.C.

Il ritrovamento delle monete è documentato e riportato in un’intervista rilasciata al sottoscritto da parte di un responsabile degli scavi e ripresa dalla Prof.ssa Carmen Moscatelli, a lungo docente di Matematica presso la Scuola Media di Carife e consorte del nostro farmacista, dott. Guido Titomanlio.

Le monete rinvenute non sono successive al 73 d.C.: il che lascerebbe supporre che il definitivo abbandono del sito sia da collocare proprio in questo periodo. Si pensa al disastroso terremoto che avrebbe colpito l’area proprio nel 73, precedendo di qualche anno la catastrofica eruzione del Vesuvio, che nell’agosto del 79 d.C. seppellì Pompei, Stabia ed Ercolano.

Tra le monete recuperate due, in argento, erano particolarmente belle ed interessanti, oltre che in buono stato di conservazione: la prima è di Agrippina Maggiore (14 a.C. – 33 d.C.), figlia del generale Marco Vipsanio Agrippa e moglie del generale Germanico, dal quale ebbe nove figli, tra i quali Agrippina detta Minore e Caio Cesare, il futuro imperatore Caligola. Dopo la morte del marito, nel 19 d.C., Agrippina fu mandata in esilio dall’imperatore Tiberio, il quale temeva che i suoi figli potessero aspirare al trono.

Una delle monete che il Senato di Roma dedicò ad Agrippina Maggiore
Una delle monete che il Senato di Roma dedicò ad Agrippina Maggiore

 

La moneta è elencata e descritta al n. 81 del Catalogo delle monete romane del “British Museum”
Il padre di Agrippina, Marco Vipsanio Agrippa (63 a.C.-12 a.C.) fu generale ed uomo politico e sposò in terze nozze Giulia, figlia di Ottaviano. Sconfisse ad Azio (31 a.C.) le forze di Antonio e Cleopatra. In seguito alla vittoria di Ottaviano, divenuto poi primo imperatore romano con il nome di Augusto, Agrippa divenne uno dei suoi consiglieri più fidati e gli furono conferite cariche assai importanti. In qualità di edile fece costruire a Roma numerose opere pubbliche, tra cui il Pantheon, tempio dedicato a tutte le divinità romane (27 a.C.).
Agrippina Minore, sorella di Caligola, dal primo marito Gneo Domizio Enobarbo ebbe Nerone, futuro imperatore. Nel 49 d.C. sposò, in terze nozze, l’imperatore Claudio che, convinto dalla moglie, adottò Nerone come figlio ed erede. Nel 54 Claudio fu avvelenato, quasi certamente dalla stessa Agrippina, che riuscì così nel suo progetto/intento di mettere sul trono il figlio Nerone, sul governo del quale impose la propria tutela, finché questi la fece uccidere per mano di un sicario.
L’altra moneta appartiene a Marco Antonio (Roma 82 a.C. – Alessandria d’Egitto 30 a.C.), generale ed uomo politico romano. Dopo diverse vicende che lo videro sempre protagonista, nel 42 a.C., dopo la battaglia di Filippi, incontrò la regina Cleopatra, della quale si innamorò e l’anno successivo la seguì in Egitto.
Nel 31 a.C. le navi di Antonio e Cleopatra furono sconfitte dalla flotta di Ottaviano ad Azio, come abbiamo detto precedentemente.

Moneta con Marco Antonio (lato A) e Cleopatra (lato B) (L’immagine è riportata e descritta al n° 115 del manuale del Montenegro “Monete Imperiali Romane”)
Moneta con Marco Antonio (lato A) e Cleopatra (lato B)
(L’immagine è riportata e descritta al n° 115 del manuale del Montenegro “Monete Imperiali Romane”)

 

Disegno della moneta precedente
Disegno della moneta precedente

 

Cleopatra (Alessandria d’Egitto 69-30 a.C.), riprodotta sulla nostra moneta insieme a Marco Antonio, fu l’ultima regina della dinastia tolemaica; regnò sull’Egitto col nome di Cleopatra VII dal 51 al 30 a.C. ed è passata alla storia per le sue turbinose relazioni sentimentali con Giulio Cesare e, appunto, con Marco Antonio. Dalla relazione con Caio Giulio Cesare era nato Cesarione. Nel 40 a.C., dalla relazione con Marco Antonio erano nati due gemelli; 4 anni dopo i due si sposarono ed ebbero un terzo figlio.
Nell’agosto del 30 a.C., quando venne espugnata la città di Alessandria, Antonio e Cleopatra si suicidarono (secondo la leggenda la regina si fece mordere al seno da un aspide, un serpente della famiglia dei viperidi, detto poi “aspide di Cleopatra).
Cesarione fu fatto giustiziare da Ottaviano e l’Egitto passò nelle mani di Roma.
Allo stato si ignora dove siano o che fine abbiano fatto le monete rinvenute nel corso dello scavo delle fornaci romane di Contrada Tierzi.