LE CANTINE DI VIA CAMPANILE VECCHIO

Le ultime cantine in ordine di tempo ad essere scoperte a Carife sono quelle di Via Campanile: è avvenuto a seguito di recentissimi lavori di demolizione di case fatiscenti e collabenti, passate alla proprietà comunale.
Nell’area avevano già agito in precedenza, indisturbati, ladruncoli di mestiere, che, forse su commissione, avevano asportato conci e pietre lavorate molto belle ed antiche.

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Durante i lavori sono emerse almeno 5 cantine in buono stato di conservazione; in una di esse, ancora da ripulire, funzionava il “trappito” (Frantonio) di proprietà dell’Avv. Don Alfonso Addimandi ed era, come tutti gli altri del tempo, a trazione animale.
Giulio Lodise, figlio del compianto Giuseppe, colono storico di Don Alfonso al Giuliano (di qui il soprannome di “Giulianese”) ricorda che il frantoio funzionò fino agli inizi degli anni Cinquanta del secolo scorso e di averci lavorato anche. Ricorda che si lavorava almeno per tre mesi, a turno, notte e giorno e che il potenziale era di quattro “macine” al giorno: la “macina” era formata da 160 chili di olive da mettere sotto le mole; l’olio ricavato veniva messo in barili di 33 litri per essere portato a casa dei clienti. Le olive portate alla molitura erano, secondo l’usanza del tempo, ammassate e muffite e sicuramente l’olio non era tra i migliori. Poi arrivarono i frantoi a movimento elettrico e tutto cambiò: i primi furono quelli di Maria Maddalena Perin (Leontina) e quello di Francesco Paolo Giangrieco.
Giulio Lodise ricorda che a quei tempi a Carife, funzionavano circa una ventina di frantoi a trazione animale.
Purtroppo l’Amministrazione Comunale di Carife, non si sa bene in base a quale criterio e con quale motivazione, ha donato alla Parrocchia l’immobile comprendente la cantina in cui era ubicato il frantoio; lo stesso, a parere dello scrivente, andava demolito come gli altri, soprattutto perché è addossato e appiccicato alla Chiesa: avrebbe restituito alla sagoma della Collegiata l’aspetto antico.
Lo stesso errore fu commesso quando fu fatta ricostruire la casa canonica sempre a ridosso della chiesa, nello stesso posto in cui negli anni Trenta del secolo scorso il Parroco di allora, Don Rocco Paolo Salvatore, la fece costruire abusivamente, usurpando una porzione notevole di suolo comunale. Ne seguì una lunghissima diatriba che vide coinvolta la Santa Sede e fu concessa in fine una sanatoria.

Era finalmente arrivato il momento di cancellare l’obbrobrio e di restituire la purezza originaria alla facciata della Collegiat, ma la grande opportunità fu buttata alle ortiche…
Per la bella serie di cantine di Via Campanile Vecchio fortunatamente è andata meglio: prima la sensibilità dell’imprenditore Antonio Di Luna, cui erano stati commissionati i lavori di demolizione, e infine quella dei nostri amministratori, hanno consentito di salvare almeno il salvabile…
Il Sig. Di Luna infatti, avventurandosi in una delle cantine retrostanti le case, ha avuto la gradita sorpresa di notare, oltre alla bellezza architettonica delle cantine meglio conservate, che nella parte sinistra più interna di una di esse, una piccola sorgente aveva creato, nel tempo, delle bellissime stalattiti calcaree: fatto più unico che raro nella nostra zona. Poiché il fondo è sabbioso ed assorbente non si erano potute creare le stalagmiti, come sovente accade nelle bellissime e numerosissime grotte carsiche che pullulano in tutta Italia e che offrono ai visitatori visioni e formazioni meravigliose ed affascinanti.
Qui di seguito una serie di immagini della cantina meglio conservata e particolari delle stalattiti:

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La cantina, stando a quanto ha riferita la Sig.ra Maria Grazia Famiglietti (“Graziina”), vedova di Giuseppe Lodise di recente scomparsa, apparteneva al padre Marciano Famiglietti, nato a Carife il 19.10.1901 e deceduto a Tradate (CO) il 7.02.1984. Questi il giorno 16.04.1925 aveva sposato Giovanna Siconolfi, nata a Carife il 27.01.1903 e deceduta a Carife.
Essi l’avrebbero comprata, dopo il terremoto del 1930, da un tale che nella cantina esercitava l’attività di fabbro, pagandola 21.000 lire. Nella cantina veniva ricoverato anche l’asino che Marciano buonanima usava per andare in campagna. Nella stessa via abitava anche Angiolina Berna, anche lei proprietaria di un asino.
Ora l’intera area è stata ripulita, sistemata e consolidata, in modo da renderla fruibile in tutta sicurezza per chi volesse andare a visitare quelle cantine.
Una parte importante in questa fase ha avuto anche il Sig. Giovanni PAOLO Simone, detto “Muzzichicchio”, il manutentore del pubblico acquedotto, che ha profuso tutta la sua passione e la sua opera.
Si spera che queste cantine facciano parte, a pieno merito, di un tour del paese ora che è stato aperto anche il Museo Archeologico.

(Raffaele Loffa)