La Dea Mefite e la Valle di Ansanto

Aprendo un comune vocabolario della lingua italiana apprendiamo che il termine “mefite” indica l’odore sgradevole che emana da acque solforose o corrotte e, in senso estensivo, esso è sinonimo di aria malsana e irrespirabile.
Molti si sono occupati dell’esalazione mefitica di Rocca San Felice, in provincia di Avellino; risulta quindi agevole, per chi volesse saperne di più, digitare il termine e navigare in Internet: si potrà trovare di tutto e di più sulla storia di questo luogo, che tanti ha affascinato e talora terrorizzato.
Ci si prefigge il compito di fare un resoconto di ciò che pensavano e scrivevano poeti, storici e studiosi antichi di questo centro importante di culto e di questo fenomeno, comune quasi a tutta l’area appenninica italiana.
Ci piace iniziare da Virgilio e dal libro VII dell’Eneide, anche se il poeta mantovano non fu il primo a citare la Mefite e la Valle di Ansanto. Leggiamo:

…“Est locus Italiae medio sub montibus altis,
nobilis et fama multis memoratus in oris,
Amsancti valles; densis hunc frondibus atrum 565
urget utrimque latus nemoris, medioque fragosus
dat sonitum saxis et torto vertice torrens.
hic specus horrendum et saevi spiracula Ditis
monstrantur, ruptoque ingens Acheronte vorago
pestiferas aperit fauces, quis condita Erinys, 570
invisum numen, terras caelumque levabat”…

La traduzione, più o meno letterale, è la seguente:

“C’è un posto nel mezzo dell’Italia sotto alti monti,
nobile e celebrato per fama in molte contrade,
la valle di Ansanto: questo luogo è chiuso da entrambi i lati
da nereggianti pendici boscose e in mezzo un fragoroso torrente
fa rumore per i sassi e per il tortuoso vortice.
Qui si mostrano un’orribile spelonca e gli spiragli dell’implacabile Dite,
e dallo squarciato Acheronte (Averno) una grande voragine
spalanca le pestifere fauci; qui si gettò l’odioso nume
della crudele e spaventosa Erinni e disappestò terre e cielo”.

Con questi versi Virgilio descrive, in maniera viva ma largamente immaginaria, l’esalazione mefitica della Valle di Ansanto in Irpinia. La vista di questa esalazione è cosa ammirevole anche per l’odierno visitatore.
A proposito di questo luogo, “celebrato per fama in molte contrade”, aveva già scritto qualcosa Varrone, ma non è giunto fino a noi. La testimonianza di quanto affermato ce la dà Servio (1)
Un’altra menzione della Valle di Ansanto la troviamo in Cicerone (2). Scrive infatti l’illustre Arpinate:
“Non videmus quam sint varia genera terrarum? Ex quibus et mortifera pars est ut Ampsancti in Hirpinis et in Asia Plutonia quae vidimus”.
Traduzione:
“Non vediamo quanto vari siano i tipi di terre? Ce ne sono di mortifere come Ansanto tra gli Irpini e le Plutonie che noi abbiamo visto in Asia”.

NOTE:
Servio, VII, 84;
Marco Tullio Cicerone, De Divinatione, I, 36, 79.

Le Plutonie sono luoghi pestilenziali dell’Asia.
Le parole precedenti non costituiscono solamente una semplice menzione dell’esalazione mefitica: esse testimoniano anche la meraviglia di Cicerone, che ha visto personalmente questi fenomeni naturali, che uccidono gli incauti che si avvicinano troppo.
Dobbiamo poi fare un notevole salto nel tempo per ritrovare altre testimonianze più tarde sulla nostra esalazione mefitica. Servio (1) offre una una descrizione generica di questi fenomeni, che sono conosciuti con il nome di esalazione mefitica, fenomeno comune, come si è detto, lungo tutta la dorsale appenninica. Dice Servio:
“Mephitin mephitis proprie est terrae putor, qui de aquis nascitur sulfuratis et est in nemoribus gravior ex densitate silvarum”.
Traduciamo:
“Mefite è propriamente il fetore della terra, che proviene dalle acque sulfuree, ed è più pesante per la densità delle selve”.
Se da una parte possiamo accettare la spiegazione scientifica del fenomeno data da Servio, dall’altra non è accettabile l’ubicazione che egli dà a questo fenomeno: non necessariamente infatti esso si trova fra i boschi. In questo passo evidentemente Servio è suggestionato ed impressionato dalla descrizione che ha letto in Virgilio.
Oggi il fenomeno mefitico di Rocca San Felice, se è ancora sovrastato da monti, non è più circondato da foreste, come lo era evidentemente in antico e lo è stato fino al ‘700, se trova conferma anche in ciò che scrive l’arciprete Vincenzo Maria Santoli nel suo “De Mephiti et vallibus Anxanti libri tres” (Napoli 1783).
Il paesaggio circostante è privo oggi di ogni vegetazione, fatta eccezione per alcuni resti dell’antica foresta. Ma vediamo a questo punto la descrizione che fa Servio (2) di questo luogo.
“Est autem in latere Campaniae et Apuliae, ubi Hirpini sunt, et habet aquas sulphureas; ideo graviores, quia ambitur silvis: Ideo autem aditus esse inferorum, quod gravis odor iuxta accedentes necat, adeo ut victimae circa hunc locum non immolarentur, sed ad aquam adplicatas. Et hoc erat genus litationis, sciendum sane Varronem enumerare quot loca in Italiae sint huiusmodi”.
Traduciamo:
“Si trova poi sul lato della Campania e della Puglia, dove sono gli Irpini, ed ha acque sulfuree; tanto più intenso (è il fetore) perché il luogo è circondato da selve, tanto poi da essere considerato una porta degli Inferi, perché l’odore pesante uccide coloro che si avvicinano, fino al punto che le vittime sacrificali non venivano immolate intorno a questo posto, ma morivano per il cattivo odore se avvicinate alle acque, e questo era un tipo di sacrificio accettato dagli dei. Bisogna sapere in verità che pure Varrone elenca quanti siano in Italia i posti di questo tipo”.
Facciamo subito la prima considerazione: già Varrone aveva parlato di questo fenomeno. Servio spiega la pesantezza dell’aria con il fatto che il luogo dell’esalazione era circondato da selve. Anche oggi però, sebbene non ci siano più alberi, l’aria è tanto pesante che asfissia chi si avvicina troppo. Recentemente sono morti, uccisi dai gas, due giovani in cerca di emozioni forti o magari di monete. Il Santoli nella sua opera fornisce una lista che va dal 1623 al 1781, comprendente diversi morti, desunta dai “Libri Archipresbyterialibus. Servio descrive poi una tipologia di sacrifici che è assai importante e sarebbe oltremodo utile cercare di saperne di più su questi sacrifici incruenti; purtroppo non ci sono altre testimonianze attestanti sacrifici similari per altri luoghi di culto.
Molti studiosi hanno voluto mettere in relazione la Mefite irpina con quella del Monte Soratte, e soprattutto il nome portato dagli Hirpini con quello degli Hirpi Sorani, una casta sacerdotale che lì operava.
Plinio (3) riferisce di una fonte che si trovava nei pressi del Soratte e le cui acque erano letali: “aves quae degustaverint, iuxta mortuas iacere” (Traduzione: Gli uccelli che le avevano bevute, giacevano morti nelle vicinanze).

NOTE:
Servio, loc. cit.;
Servio, III, 563;
Plinio, Naturalis Historia, XXXI, 27.

Anche Vitruvio (1) si occupa della fonte del Soratte. Egli dice infatti: “Agro autem Falisco via Campana in campo Corneto est lucus in quo fons oritur, inique avium et lacertarum reliquarumque serpentium ossa iacentia apparent” (Traduzione:Nell’agro di Falerii sulla via Campana nella campagna di Corneto c’è una radura sacra nella quale sgorga una sorgente, e quivi appaiono sparsi scheletri di uccelli, di lucertole e di altri rettili).
Ritorna quindi l’ubicazione in un “lucus” (bosco sacro, radura sacra) dei fenomeni mefitici, ma ciò deriva dal fatto che in antichità i boschi erano molto più estesi e numerosi rispetto ad oggi; agli uccelli si aggiungono anche scheletri di lucertole e serpenti morti per lo stesso motivo.
Una descrizione del sacrificio che si svolge sul Soratte ci viene fornita da Strabone (2). Il geografo nomina Feronia, divinità venerata presso i Sabini, comunemente identificata con Giunone (3).
Anche Virgilio (4) parla di questo sacrificio, durante il quale i sacerdoti camminano scalzi sui carboni ardenti. Il racconto di Virgilio viene poi ripreso anche da Silio Italico (5).
Plinio (6) si occupò a più riprese del sacrificio del Soratte ed accostò le due esalazioni mefitiche. Parlando dei più svariati fenomeni naturali, e precisamente delle esalazioni che uccidono gli esseri viventi, egli scrisse che si trattava di ”spiritus letales aliubi aut scrobibus emissi aut ipso loci situ mortiferi, aliubi volucribus tantum, ut Soracte vicino urbi tractu, aliubi praeter hominem ceteris animantibus, nonnumquam et homini, ut in Sinuessano agro et Puteolano! spiracula vocant, alii Charonea, scrobes mortiferum spiritum exhalantes, item in Hirpinis Ampsancti ad Mephitis aedem locum, quem qui intravere moriuntur”. Traduzione: “Soffi mortali in qualche luogo o emessi da buche o mortiferi per la stessa situazione del luogo, là per i volatili solamente, come in un posto del Soratte vicino a Roma, altrove oltre all’uomo anche per gli altri animali, talvolta per l’uomo, come nell’agro di Sinuessa o di Pozzuoli. Li chiamano spiragli, altri Caronee, fosse esalanti soffio mortifero, come quelle di Ansanto tra gli Irpini in un posto vicino al tempio di Mefite, dove coloro che sono entrati muoiono”.

Nel brano di Plinio i due fenomeni sono accostati per ragioni scientifiche, mentre altre analogie, specialmente cultuali, si possono sottintendere.
La Mefite irpina a ragione era considerata un “aditus inferorum” (7) (porta degli Inferi) anche per la morte che vi alitava intorno.
Dal brano di Plinio risulta anche testimoniata l’esistenza di un tempio a Mefite nella Valle di Ansanto.

Vediamo ora che cosa significava per gli Hirpini il culto della dea Mefite, facendo prima alcune considerazioni sulla religione dei Sanniti in genere. Diversi elementi sono intervenuti nella loro religione, che ha delle componenti animistiche, connesse al feticismo e alla magia.
I Sanniti/Hirpini vedevano il loro mondo pieno di misteriosi poteri o spiriti verso i quali si stabilì un reverenziale timore e con i quali era essenziale e fondamentale stabilire giuste relazioni. Si pensava che questi dimorassero in particolari località e che esercitassero certi particolari poteri. I Sanniti però non identificarono semplicemente la moltitudine degli spiriti con le forze della natura. Sia che questi spiriti fossero benigni o maligni, la loro benevolenza doveva essere conquistata, la loro inimicizia scongiurata o allontanata.

NOTE:
Vitruvio, De architectura, VIII, 3-17;
Strabone, V, 2, 9 = C226;
Cfr. Varrone, de lingua latina, V, 74;
Virgilio, XI, 785;
Silio Italico, V. 725;
Plinio, N. H., II, 208;
Virgilio, Eneide, VII, 563 e Servio, XI, 785
Il più famoso posto di dimora degli spiriti nel Sannio era proprio la Valle di Ansanto: le nocive esalazioni emanate dai suoi stagni di acqua fredda ma ribollente, destano grande timore anche oggi (1).

Dalle divinità che controllavano tali posti, spesso dipendeva la vita dell’uomo, la prosperità ed il benessere dei suoi raccolti e delle sue greggi. Il più rudimentale tipo di queste credenze è il feticismo, e tracce di esso sono state trovate tra i Sanniti. Ciò può spiegarci perché i denti del cinghiale siano stati accuratamente conservati a Benevento, e tanti ne sono stati trovati nella Valle di Ansanto e a Carife e Castel Baronia.

Il timore di elementi ed azioni contaminanti e le necessarie cerimonie di purificazione erano normali nell’Italia primitiva. Come abbiamo detto si credeva molto agli effetti dei malefici e per isolarli si facevano sacrifici agli spiriti che abitavano determinati luoghi (2) e specialmente le aree delle esalazioni mefitiche erano considerate luoghi sacri. Ci sono molti posti siffatti nel Sannio: ce n’era uno vicino ad Aequum Tuticum (S. Eleuterio sul Miscano) ed un altro vicino ad Aeclanum, oltre a quello famosissimo della Valle di Ansanto.

Mefite laghetto ribollente
Il “laghetto ribollente” della Mefite

NOTE:

1. Cfr. E. T. Salmon, Samnium and the Samnites, pag. 150;

2. Cfr. E. T. Salmon, op. cit..

La Mefite: panoramica da Nord
La Mefite: panoramica da Nord
La Mefite: panoramica da Sud
La Mefite: panoramica da Sud
IL TEMPIO A MEFITE E LA STIPE VOTIVA

Cerchiamo ora di dire qualcosa a proposito del tempio dedicato a Mefite, di cui parla Plinio nella sua Naturalis Historia (1).

Di quanto è stato possibile riportare alla luce della stipe votiva della Mefite, è soprattutto cospicua la massa di statuette fittili votive, per lo più minute e frammentarie. Fra queste però ne sono state rinvenute alcune di maggiori dimensioni ed in gran parte ricomponibili, riferibili ad età fra il VI e IV sec. a. C.

NOTE:

1. Plinio, N. H., II, 208:

2. Giovanni Oscar Onorato, La ricerca archeologica in Irpinia, Avellino 1960, pag. 32;

museo irpino
Museo Irpino: Vetrina con statuette votive fittili

Dagli oggetti rinvenuti si arguisce che “alla dea della valle di Ansanto doveva essere particolarmente sacro il cinghiale; ne sono testimonianza le statuette fittili di offerenti il cinghiale ed altre che raffigurano l’animale sacro, oltre ad un cospicuo numero di denti di questo animale rinvenuti nella scavo” (2). Del significato attribuito ai denti del cinghiale abbiamo già parlato in precedenza.

NOTE:

Plinio, N. H., II, 208:
Giovanni Oscar Onorato, La ricerca archeologica in Irpinia, Avellino 1960, pag. 32;

Statuetta votiva fittile rappresentante un cinghiale
Statuetta votiva fittile rappresentante un cinghiale
Fra gli ex voto non manca il melograno, simbolo di fertilità e di abbondanza
Fra gli ex voto non manca il melograno, simbolo di fertilità e di abbondanza

Gli Hirpini probabilmente avevano come animale rituale il cinghiale e non il lupo, dal quale secondo la tradizione del “ver sacrum” erano stati guidati.
Ma la grande rivelazione dello scavo della Mefite è costituita dalla grande quantità di statuette lignee a forma di erme. “Esse si sono conservate per la costante umidità del terreno e per le condizioni geochimiche della stesso” (1).
Una di queste erme o “xoana” (2), alta quasi due metri, sembra sia finita in un museo tedesco.

NOTE:

G. O. Onorato, op. cit., pag. 33;
In lingua greca “xoanon” indica una scultura/simulacro in legno, pietra, ecc..termine “

Xoanon Mefite
L’Erma più alta (Xoanon) rinvenuta nelle esalazioni della Mefite
Erme Mefite
Altre erme rinvenute nella Mefite
erme mefite
Una delle erme più espressive rinvenute nella Mefite

Si è avuto anche il ritrovamento di un numero ingente di monete fra le quali, oltre a due “stateri” di Sibari e Metaponto e ad un aureo di Alessandro il Molosso, sono attestati vari esemplari di “aes grave” italico e della più antica monetazione di Roma, ininterrottamente presente fino ai denari repubblicani. Inoltre la presenza di varie monete di bronzo di quasi tutte le zecche dell’Italia meridionale, della zona apula e dei versanti ionico e tirrenico, documentano in modo inequivocabile la vasta area di diffusione del culto della dea Mefite in tutto l’ambito dell’Italia meridionale e forse anche fuori di essa, come vedremo più avanti.

mefite monete rinvenute
Una piccola parte delle monete rinvenute nella Mefite

Il santuario, o almeno il culto votivo a Mefite, doveva già essere esistente nel V sec. a. C., cosa dimostrabile attraverso lo studio della monetazione (1), condotto dal Prof. Attilio Stazio, deceduto nel corso del 2010; fin da quella data vi penetrarono influenze e riflessi del mondo culturale ed artistico della costa ionica, che si sovrapponevano ad una pur fiorente tradizione indigena. Quest’ultima divenne sempre più prevalente dal V secolo con l’espansione sannitica in tutte le zone dell’Italia meridionale; fu allora che nel santuario delle popolazioni italiche delle zone montuose dell’interno, venne a convergere anche un flusso di culto e di relazioni dalle zone costiere del Tirreno (2). Questo significa che il culto alla dea Mefite nella valle di Ansanto è antichissimo e risale ad ambiente italico.

Ultimamente è stata decifrata anche un’ iscrizione su lamina di bronzo in caratteri né oschi né latini con tracce evidenti di capelli: gli studiosi hanno ipotizzato trattarsi di una formula di maledizione, volta a lanciare una “fattura”.

Mefite Formula di maledizione su lamina di bronzo
Formula di maledizione su lamina di bronzo

In precedenza nel corso degli scavi era stata rinvenuta un’altra iscrizione su lamina di bronzo,  forse pertinente ad un elemento il legno. Essa reca il nome femminile dell’offerente l’ex voto.

NOTE:

1. Cfr. Attilio Stazio, Annali Istituto Italiano di Numismatica, 1954, pag. 31;

2. Cfr. G. O. Onorato, op. cit., pag. 35.

mefite lamina di bronzo
Ex voto in lamina di bronzo con nome dell’offerente

Tra i reperti più interessanti e significativi recuperati nel corso degli scavi merita una citazione particolare una splendida collana con elementi d’ambra figurati, molto simile ad un’altra recuperata nella necropoli sannitica di Piano la Sala di Carife, datata V sec. a. C..
La collana era completata con tre raffigurazioni di scarabei, pure essi in ambra.

collana mefite
La bellissima collana con vaghi d’ambra figurati

Nella stipe votiva sono stati trovati anche numerosissimi bronzetti di bella fattura, provenienti quasi certamente da officine etrusche.

mefite museo irpino
Museo Irpino: vetrina contenente alcuni bronzetti recuperati nella Mefite
Il CULTO DELLA DEA MEFITE: ANALOGIE E CONFRONTI

Sicuramente ci sono analogie con il culto del Soratte, come con altri centri di culto alla stessa divinità, documentati in altre parti d’Italia.

Molte iscrizioni latine dell’Italia meridionale portano il nome di Mefite. Abbiamo infatti quattro lapidi da Potenza, una quinta da Saponara, una sesta dal territorio Capuano, due di Atina e una nona da Ariano Irpino. Tutte le iscrizioni sono riportate nel volume X del Corpus Insciptionum Latinarum (CIL).
La più importante è però quella dell’ara a Mefite rinvenuta ad Aeclanum (Passo di Mirabella). Si tratta di un’iscrizione in lingua osca (quella parlata dai Sanniti/Hirpini), recante solamente il nome della dea e fatta risalire da Italo Sgobbo (Notizie degli Scavi, 1930, VI, p. 404) al II secolo a. C..
Le quattro lapidi rinvenute a Potenza danno a Mefite l’appellativo di “Utiana”, mentre l’altra di Grumentum (Saponara), sempre in Lucania usa l’appellativo di “Fisica”. L’iscrizione della lapide ritrovata nei pressi di Ariano (CIL, IX, 1421) è riferita da Theodor Mommsen alla esalazione mefitica di Aequum Tuticum.
Vediamo a questo punto come lo Sgobbo giustifica l’estensione del culto a Mefite (I. Sgobbo, luogo citato, p. 404). Egli dice che l’estensione di questo culto in luoghi e spesso lontani dall’Irpinia e tra di loro “è da attribuirsi non soltanto alla celebrità del santuario di Ansanto, ma a volte pure all’esistenza sul luogo di mofete minori, e oggi forse anche scomparse, essendo nota la variabilità di questi fenomeni”.
Abbiamo detto che il culto a Mefite è attestato anche in altre parti d’Italia: vediamo dove. Da Varrone apprendiamo che esisteva un “lucus Mephitis” a Roma ( Varrone, De lingua latina, V, 49), che era evidentemente lo stesso di cui parla Festo in 351°; anche per Varrone si trova nella secunda regio, ossia quella dell’Esquilino, dalle parti del vico Patricio.
Se non possiamo meravigliarci dell’esistenza di culti a Mefite in posti relativamente vicini all’Irpinia, meraviglia però il fatto che in Tacito (Historiae, III, 34) è attestata l’esistenza di un tempio a Mefite in un posto assai lontano dalla valle di Ansanto. Leggiamo infatti in Tacito: “Per quadriduum Cremona suffecit, cum omnia sacra profanaque in igne considerent, solum Mephitis templum stetit ante moenia loco seu numine defensum” (Cremona resistette per quattro giorni, mentre tutti gli edifici sacri e profani si trovavano nel fuoco, rimase in piedi davanti alle mura solo il tempio di Mefite, per la collocazione o per il volere della divinità).
L’accadimento narrato da Tacito è del 70 d.C., quando Cremona fu rasa al suolo dalle truppe di Antonio Primo, generale di Vespasiano. L’esistenza di questo tempio è provata anche dal rinvenimento di una lapide a Laus Pompeia (Lodi Vecchia), che porta il nome della dea Mefite. L’iscrizione è registrata nel CIL, V, 6353 ed il Mommsen sostiene che non è improbabile che essa provenga da Cremona.
Ne dobbiamo dedurre a questo punto che il culto a Mefite era molto diffuso in epoca antica, in luoghi diversi e contemporaneamente.

Ed ora una curiosità: i nostri vecchi raccontano che quando a Carife arriva il pungente odore della Mefite (in dialetto carifano la Mufita) il tempo si sta guastando e pioverà.
La previsione ha sicuramente un fondamento scientifico: infatti quando una perturbazione atmosferica sta per arrivare su di noi essa è preceduta quasi sempre da venti tiepidi, più o meno intensi, provenienti da sud (Scirocco).

Tutti i materiali recuperati nelle varie fasi di scavo sono conservati, ottimamente sistemati ed accompagnati da didascalie e cartelloni illustrativi, presso le sale del Museo Irpino di Avellino, che si consiglia di visitare per avere un’idea più completa dell’importanza di questo straordinario sito.

Riportiamo qui di seguito alcune foto di reperti scattate nelle sale del Museo, onde offrire un panorama più completo di questo antichissimo santuario dedicato alla dea Mefite, tanto venerata dai Sanniti/Hirpini, e non solo da essi.

ex voto mefite
Ex voto provenienti dal letto del torrente sulfureo della Mefite (VI-V sec. a. C.)
Gioielli in oro dalla stipe votiva della Mefite
Gioielli in oro dalla stipe votiva della Mefite
Particolare di piccola statuina in oro…vista attraverso la lente d’ingrandimento
Particolare di piccola statuina in oro…vista attraverso la lente d’ingrandimento
Piedi in argilla donati alla Dea Mefite come ex voto
Piedi in argilla donati alla Dea Mefite come ex voto
BIBLIOGRAFIA

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