La Terra abitata dagli Irpini

1. OROGRAFIA

La parte più orientale della Campania è costituita dalla ondulata zona dell’Irpinia, che prese nome dagli Hirpini che vi si insediarono nell’antichità.
Il Colamonico, descrivendo questa regione, dice (1): “Poche altre regioni montagnose presentano la ben individuata fisionomia e le peculiari caratteristiche dell’Irpinia, imponente complesso di alture, circoscritte da bassipiani e da profonde vallate fluviali o, verso sud, da altissime barriere di monti. Terra di contrasti e di armonie, dalle forme prevalentemente aspre nella parte occidentale e ondulate nella orientale…è in tutta l’Italia meridionale, la zona nella quale più abbondantemente scaricano la loro umidità i venti provenienti dal Tirreno. Le vaste masse calcaree assorbono rapidamente le acque per restituirla lungo la linea di contatto con i depositi argillosi che le fasciano; regione quindi ad alta piovosità, incisa da grandi cavità carsiche, ricca di sorgenti, di ruscelli e di fiumi”
Circa il nome dato a questa regione, dobbiamo dire che esso è di invenzione recente, in quanto le fonti più antiche che ci tramandano notizie sugli Hirpini, non nominano mai la terra da essi abitata col nome di Irpinia. Plinio (2) infatti, dicendo “ segue la regione seconda che comprende gli Irpini, l’Apulia, la Calabria, i Salentini”, molto chiaramente ci lascia intendere che la regione abitata dagli Hirpini non era designata con un nome specifico.
Questa terra, quando Augusto divise l’Italia in regioni, fu assegnata alla “secunda regio”, che comprendeva anche l’Apulia. Questo fatto lascia perplessi in quanto, data la posizione geografica delle zone abitate dagli Hirpini, aperte di più verso il Sannio, ci si sarebbe aspettato un’assegnazione di queste alla stessa Regione IV, di cui faceva parte il Sannio.
La descrizione geografica dell’Italia, e quindi anche dell’Irpinia, nelle fonti antiche ( Plinio e Stradone) è basata proprio sulla divisione augustea e, pertanto, specialmente quella di Plinio è molto confusa. Questa grande confusione deriva dal fatto che Augusto fece le assegnazioni a questa o a quella regione non seguendo un criterio rigorosamente geografico, ma seguendo i criteri di una divisione amministrativa. Non è facile quindi stabilire con certezza i confini del territorio abitato dagli Hirpini.
Sappiamo che essi abitarono sicuramente le valli dei fiumi Ofanto (Aufidus), Calore (Calor) e Sabato (Sabatus). Il Salmon (3) fissa il loro confine con i Pentri a nord sulle sponde del fiume Tammaro (Tamarus) e a sud, con i Lucani, sulle montagne Cervialto e Marzano che separano abbastanza nettamente la terra degli Hirpini da quelle abitate dai Lucani nello stesso periodo.
Più difficile riesce stabilire i confini col Sannio (Samnium) a ovest, con l’Apulia e con il resto della Lucania ad est. Questi confini potranno essere delineati meglio più avanti, dopo che avremo completato la descrizione della regione.
Cerchiamo prima di tutto di stabilire quali sono i Monti Hirpini di cui parla Plinio (4). Quando dice “Pactius, Aufidus, ex montibus hirpinis praefluens Canusium”, si riferisce certamente a quei monti che oggi vanno sotto il nome di “Picentini”, dai quali appunto ha origine il fiumeOfanto.

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C. COLAMONICO: Da “Attraverso l’Italia”, Milano 1963, Vol.VII, Campania, p. 185
PLINIO: Naturalis Historia, III 99
E.T. SALMON: Samniun and the Samnites, Cambridge 1967, p. 19

Questi monti sono assai importanti per la geografia di tutta la regione irpina, dal momento che essi determinano l’idrografia di questa terra. Essi definiscono un lato della regione, senza soluzione di continuità, da sud-est a nord-ovest.
Si dividono in due parti: a est di Avellino (Abellinum) culminano nel Terminio e nel Cervialto, mentre a ovest hanno origine col Partendo (Montevergine) e proseguono fino a Cervinara, nei pressi di Montesarchio (Caudium). Il massiccio del Terminio, con i suoi 1800 metri di altezza, costituisce, con i suoi contrafforti, il confine con l’odierna provincia di Salerno: La parte più a est, con i gruppi montuosi che sovrastano Bagnoli Irpino, costituisce il confine con la Lucania. A ovest di Avellino si allunga una catena montuosa che ha origine da Arpaia, punto di comunicazione con il casertano, Questa catena divide la valle caudina dalla piana di Nola, che costeggia da destra questo gruppo montuoso verso ovest, fino alle spalle di Avellino. In questa pianura, in un ampio seno, è situata Avella, che però è isolata geograficamente dal resto dell’Irpinia e fa parte propriamente di quella regione che una volta costituiva la Campania. Infatti la sua attribuzione agli Hirpini non è pacifica, essendo divisa dall’Irpinia dai contrafforti di Monteforte.
Nessuna valle solca trasversalmente questa catena, che si interrompe solo ad ovest di Avellino, sulla cui conca scende a strapiombo. Il lato irpino di questa catena è assai accidentato e viene spezzato longitudinalmente solo dalla valle del fiume Sabato.
Dopo la conca di Avellino, considerata comunemente come un altopiano, e precisamente ad Atripalda, nei cui pressi era ubicata l’antica Abellinum, hanno origine le giogaie del Terminio.
Esso è vasto e frastagliato e corre leggermente ricurvo da occidente a levante. Ha immense braccia trasversali, fra le con valli del Calore e del Tusciano e ciò che dà carattere al Terminio è la forma dei suoi coni boscosi, che, divisi fra loro da piccoli pianori pratiferi, seguono in varie concatenazioni.
Dal mezzo delle giogaie scaturiscono, ad angolo acuto il Sabato ed il Calore sul versante di Avellino. Questo massiccio culmina, come detto in precedenza, nel monte Cervialto, che sovrasta Bagnoli Irpino e Montella.
Il confine con la Lucania procede, dopo il comodo passaggio costituito dalla vasta conca che si apre tra il Cervialto ed il Marzano, attraverso il quale scorre il fiume Sele (Silarus), con la catena della Maddalena. Si tratta di una dorsale lunga e stretta che non presenta forma di massiccio, ma appare allungata. Essa va da sud-ovest a est verso il Vulture (Vultur) e la pianura pugliese.
Tutta questa zona montuosa, da Arpaia al Vulture, presenta cime arrotondate e vaste aree senza deflusso superficiale, pareti scoscese incise da profondi valloni. Cio dipende in massima parte dal fatto che “la grande massa dei calcari mesozoici costituisce la formazione di gran lunga predominante su buona parte del gruppo dei Picentini”. (1).
Tutta la morfologia dipende dalla facile erodibilità di gran parte dei terreni. Su tutta la regione ha quindi grande importanza il carsismo, che si esprime nelle forme più appariscenti in un notevole numero di bacini, chiusi o parzialmente sbrecciati, di varie dimensioni e posti a differenti altezze.
Tipico di questo massiccio carsico è il Piano del Lacero (1045 m. sul livello del mare), che ha il fondo parzialmente coperto da materiali tufacei; posto alla base del Cervialto, viene percorso dal fosso del Tronale, che, alimentato da piccole sorgenti, forma un piccole lago di estensione variabile, che si riduce spesso ad una pozzanghera, specialmente in periodi siccitosi prolungati.

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M. FONDI: La regione dei Monti Picentini, Napoli 1964, p. 29,

Le acque della conca sono smaltite da due inghiottitoi, che, con percorso sotterraneo, vanno a finire nel Caliendo (Alto Calore).
Dal momento che il calcare dei monti Picentini è particolarmente idrovoro, l’intero massiccio è giustamente considerato come il più importante centro collettore dell’Italia meridionale. Le sorgenti del Sele, alle pendici del Cervialto, forniscono l’acqua alla Puglia attraverso l’acquedotto pugliese; quelle del Serino, nella valle del Sabato, alle falde del Terminio, portano l’acqua a Napoli e ad altre parti della Campania. Per il carattere carsico della zona i terreni che si trovano tra questi massicci sono umidi d’inverno, aridi e squallidi d’estate. Le dorsali arrotondate e le cime cumuliformi, l’altezza non eccessiva di questi massicci potrebbe far pensare ad una zona facilmente transitabile, ma essi in realtà è impervia e scoscesa.
Dai massicci del gruppo del Terminio e del Cervialto si dipartono dei gruppi secondari cher vanno prima verso nord e diventano poi paralleli al gruppo dal quale si dipartono. Un’altra dorsale, che fa angolo con la precedente si dirige da est a nord-ovest, verso Ariano Irpino.
La prima, che si dirige verso Sant’Angelo dei Lombardi costituisce uno dei due versanti di un buon tratto del Fiume Ofanto, fin sotto Lacedonia ad est, donde poi inizia, un po’ più a valle la pianura pugliese. Lungo questa dorsale, tra Frigento e Sant’Angelo si incontra l’esalione della Mefite, che, come vedremo in seguito, ebbe un ruolo importante per gli Hirpini. Prima che si diparta l’altra dorsale in direzione di Ariano, incontriamo un vasto altopiano, detto del Formicolo, che è situato ad un’altezza quasi livellata di 900 metri.
La dorsale che tende ad Ariano costituisce lo spartiacque tra il fiume Ufita, affluente di destra del Calore, il Calaggio che va verso l’Adriatico e una volta giunto in territorio pugliese cambia il nome in Carapelle, e Fiumarella, affluente di destra dell’Ufita. Fiumarella spezza in due la dorsale stessa, lasciando da parte Ariano. Il culmine di questa dorsale è rappresentato dal monte sul quale si trova Trevico (Trivicum?) (1090 m. sul livello del mare).
La sella di Ariano rimane come staccata ed isolata, circondata da collinette tufacee. Parallela ad essa si trova, dalla parte sud, l’altra dorsale che costituisce i territori di Frigento (Fratuentum, Frequentum ?), degradanti dolcemente verso Mirabella Eclano (Aeclanum). La dorsale costituisce l’altro versante dell’Ufita e uno di quelli del Calore.
Dopo Mirabella essa degrada ancora di più fino a diventare una quasi pianura, ondulata verso Taurasi (Taurasia) a ovest, e così si mantiene fino a Benevento (Beneventum).
La zona si presenta solcata da frequenti ruscelli ed è attraversata, al centro, dal Calore, che scorre da sud a nord. Parallelo ad esso e nella stessa direzione scorre il Sabato.
Dopo Benevento incontriamo un vasto pianoro che costeggia il massiccio del Partenio fino ad Arpaia ad ovest e fino a Montesarchio più a nord, dove è delimitato dal monte Taburno.
Il lato nord della regione irpina si presenta con le stesse caratteristiche, cioè fortemente ondulato, verso i monti del Sannio, a nord di Ariano Irpino. Questo lato è segnato dalla parte finale del corso dell’Ufita e del suo affluente di destra, il Mescano, che scorre da nord-est a sud.
Quindi la regione irpina è ben definita e delimitata geograficamente solo dal lato sud-ovest. Da questo lato infatti si poteva accedere in maniera agevole solo attraverso la valle caudina, che si trova a ovest della regione. Dalla parte sud si poteva accedere solo attraverso la valle del fiume Sele. I monti Picentini costituiscono infatti un ostacolo insormontabile. Dalla parte est la regione irpina era facilmente raggiungibile. Oltre al corso del fiume Ofanto incontriamo infatti verso nord i fiumi Carapelle e Cervaro (Cerbalus), che scorrono da sud a est, paralleli quindi alla parte mediana ofantina.
Quindi dalla parte apula risulta facile raggiungere L’Irpinia, che degrada a dolci declivi verso di essa.

La valle del Calore, verso Nord, è molto facile da percorrere e la stessa zona che il fiume attraversa non è accidentata e quindi di facile comunicazione.

2. IDROGRAFIA

I corsi dei fiumi hanno sempre costituito il migliore mezzo di comunicazione.
Seguiamo perciò un po’ più da vicino l’andamento dei fiumi irpini. Abbiamo detto in precedenza che il sistema idrografico irpino è determinato in massima parte dalle giogaie del Terminio: E’ proprio questa giogaia che rende tributari di due versanti, Tirreno ed Adriatico, i fiumi irpini. I fiumi più importanti del versante tirrenico sono il Calore, il Sabato, suo principale affluente di sinistra, ed il Sele. Dell’Adriatico sono tributari l’Ofanto, il Calaggio/Carapelle ed il Cervaro.
Il Calore nasce a nord-ovest del Monte Accellica al colle Finestra, poco distante dalla sorgente del suo affluente Sabato e comincia ad avere una portata apprezzabile già nella conca di Montella.
Esso è formato da vari corsi d’acqua sgorganti in massima parte dalle giogaie del Terminio. Percorrendo da sud a nord per un lungo tratto la valle omonima, piega poi a nord-ovest, passando ad ovest di Mirabella; riceve sulla destra l’Ufita che scorre a sud di Ariano e corre per tutto il suo corso quasi parallelo al Calore. L’Ufita convoglia in quelle del Calore le acque raccolte in massima parte dal displuvio che divide l’Irpinia dalla Puglia e che è costituito dall’altipiano del Formicolo.
L’Ufita ed i suoi affluenti hanno un corso tortuoso e sregolato, che danneggia non poco le zone attraversate. Le erosioni delle sponde, le frane, le inondazioni sono frequenti, con gravi danni. La caratteristica del bacino dell’Ufita è simile per molti versi a quella degli altri bacini fluviali: si tratta per lo più di toorenti e fossati. Il corso disordinato di essi corrode le sponde, e crea continui smottamenti nelle rive più incassate.
Il Sabato nasce dalle pendici del Monte Terminio, nelle montagne di Serino; corre da sud a nord, passa per Atripalda, lascia a sinistra Avellino, bagna Prata e Tufo, quindi entra nella provincia di Benevento e ad ovest della città si getta nel Calore. Il Sabato è un corso d’acqua a regime assai instabile ed è alimentato in gran parte dalle acque meteoriche; discende con pendenze assai accentuate alternate a tratti piani, solcando i materiali tufacei-argillosi che coprono il fondovalle (1). Circa il suo nome nell’antichità, abbiamo una deduzione del Salmon, che ci sembra molto probante. Dopo aver affermato infatti che il nome Sabatus non si incontra mai nelle fonti antiche, e che in Livio (26,33 f) sono nominati come Sabatini gli antichi abitanti della valle di questo fiume conclude che senza dubbio esso in antichità doveva chiamarsi proprio Sabatus (2).
Passiamo a parlare ora dei fiumi tributari dell’Adriatico. Il principale di essi è l’Ofanto: Nasce nei campi fra Torella dei Lombardi e Nusco, va verso Lioni a sud-est e passa sotto Conza della Campania (Compsa) e Pescopagano dopo aver ricevuto le acque di ruscelli secondari. Sotto Conza negli anni scorsi è stato creato uno sbarramento e l’acqua dell’invaso viene reimmessa nel corso del fiume durante l’estate, per alimentari altri bacini ubicati più a valle e necessari per l’irrigazione delle colture della Puglia. L’Ofanto, dopo aver ricevuto le acque di Fiumara di Atella, provenienti dalla destra, si dirige, con un ampio circuito convesso a nord-ovest intorno al Monte Vulture ed alle alture su cui giace Melfi.
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Cfr. M. FONDI, op. cit., p. 40
Cfr. E. T. SALMON, op. cit., p. 22, nota 5.

L’Ofanto ha molto del carattere di un torrente alpino; ha un corso violento ed impetuoso, ma durante l’estate rimpicciolisce e si assottiglia, diventando così facilmente guadabile: Sotto Canosa poi impigrisce:
Strabone (1) parla dell’Ofanto come navigabile per una distanza di 90 stadi dalla foce; evidentemente lo era solo per piccole imbarcazioni. Polibio dice, erroneamente, che questo fiume è l’unico ad attraversare la catena appenninica (2). L’errore fu forse dovuto al fatto che il fiume nasce a breve distanza dal Tirreno, in un posto in cui non esiste più una vera e propria catena di montagne, ma solo un altipiano fortemente ondulato. Riceve quasi esclusivamente l’apporto di acque meteoriche e di fusione del manto nevoso “mancando completamente in questo tratto di sorgenti di una certa entità”). (3).
Il Calaggio nasce presso Vallata e, dopo aver lambito il territorio di Bisaccia e di Lacedonia (Aquilonia?) entra nella provincia di Foggia, dove, come detto cambia il suo nome in Carapelle. Il corso di questo fiume è molto simile a quello dell’Ofanto. Insieme ad esso il Carapelle costituiva una facile via d’ingresso verso l’Irpinia e, come vedremo più avanti, strade importanti costeggiavano le valli dei due fiumi: ne sono testimonianze i ponti di epoca romana ben conservati, che si incontrano lungo il loro percorso.
Il Cervaro nasce dai monti di Ariano Irpino e va ad est verso l’Apulia. Il nome di questo fiume ricorre solamente in Plinio (4). Esso percorre una valle stretta e malagevole e non poteva certo costituire “un importante canale di comunicazione”, come afferma il Salmon. Lo studioso, grande conoscitore dei Sanniti, commette anche l’errore di considerare la valle del Cervaro dominata da Aequum Tuticum (5), che tutti identificano nei pressi di Castelfranco in Miscano, che si trova molto più a ovest del Cervaro. Il fiume, certamente via di comunicazione come tutte le valli fluviali, non aveva la stessa importanza delle parallele valli del Carapelle e dell’Ofanto.

3. IL CLIMA

Il clima della terra abitata dagli Hirpini è abbastanza freddo d’inverno, durante il quali i monti e le valli si coprono di neve che vi rimane fino a primavera inoltrata. In primavera ed in estate sono frequenti gli abbassamenti di temperatura e cade spesso la grandine. Caratteristica del clima è una grande incostanza, determinata dal fatto che le valli interne sono chiuse ai benefici influssi del Tirreno, al quale fa da barriera il massiccio del Terminio e quello del Partenio.
Nell’antichità il clima era più freddo ed anche più umido.(6) Ciò dipendeva dal fatto che la regione era ricchissima di boschi, come testimoniano ancora i cospicui resti di foreste.

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STRABONE, VI 3, 9 = C283
POLIBIO, III, 110
Cfr. M. FONDI, op. cit., p. 19
PLINIO, N. H. , III 103
Cfr. ENCICLOPEDIA PAULY-WISSOWA, su voce
Cfr. G. DE SANCTIS: Storia dei Romani, Torino, 1907, Vol. I, p. 57

I prodotti agricoli principali di questa terra possono essere riassunti in poche parole: possiamo usare le stesse parole del Salmon: “La terra degli Hirpini era una grande produttrice di cereali, ed in parte lo è ancora” (1).
Infatti dal catasto agrario della provincia di Avellino risulta che fino a qualche tempo fa l’Irpinia era coltivata a grano per il 61% della superficie totale, con una produzione di circa 800.000 quintali.
In secondo ordine veniva il granoturco con circa 300.000 quintali. Le altre colture, spesso promiscue, non avevano molta importanza. Oggi le cose stanno evolvendo in maniera diversa.

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(1) E. T. SALMON, op. cit., p. 22

TOPOGRAFIA DEGLI HIRPINI

Per poter stabilire con certezza l’esatta ubicazione delle località e l’esatto percorso delle vie di comunicazione dell’antica Irpinia, occorre poter disporre di un ricco materiale archeologico e di risultati di scavi, che fino a qualche tempo fa mancavano.
Questa situazione era stata lamentata e deplorata già da molti studiosi, e in particolare dal Mommsen (1) e da Giovanni Oscar Onorato (2) Gli scavi infatti erano stati concentrati quasi sempre nel sito di Aeclanum ed in quello dell’area del santuario dedicato alla dea Mefite, in territorio di Rocca San Felice. Per lungo tempo l’Irpinia è rimasta ai margini dell’esplorazione archeologica, mentre gli scavi si conducevano, un po’ dovunque nell’Italia meridionale.
Solo dopo il sisma del 23 novembre 1980 la ricerca archeologica è stata estesa anche ad altre aree della provincia, in quanto demolizioni (vedi Conza) e necessità di reperire nuovi siti per ricostruire ha indotto, spesso costretto, la Soprintendenza archeologica competente per territorio ad intraprendere campagne di scavi, con una certa sistematicità, qua e là nell’intera provincia. Gli scavi hanno offerto nuovi scenari ed i risultati sono stati molto soddisfacenti, ed in qualche caso insperati.
Importante era stata una prima ricognizione del suolo irpino, effettuata dal Mommsen, uno studioso tedesco, verso la metà del secolo scorso: era stato invitato dai Cassitto di Bonito, archeologi per diletto, che erano giunti a formarsi addirittura un museo privato. Furono proprio essi a dare grande impulso a queste ricerche, con animo di pionieri e con una grande passione per l’archeologia e per la propria terra, dove ancora oggi che scava alla ricerca di vestigia antiche viene considerato alla stregua di un sognatore, se non addirittura pazzo.
Nel 1847 il Mommsen effettuò, a dorso di mulo, una prima ricognizione del territorio irpino, visionando località, oggetti e ritrovamenti in genere. Scrisse in due riprese ed in anni successivi (1847-1848) una nota “Sulla topografia degli Irpini”, che purtroppo rimase per lungo tempo l’unico studio di questo genere circa l’Irpinia, degno di fede per rigore scientifico (3).
Altri studiosi, condizionati da scarso rigore scientifico e da inutili campanilismi, hanno spesso fornito, con cervellotiche ed improponibili etimologie dei vari toponimi, un quadro che ha creato una indicibile confusione.
Nel suo articolo il Mommsen, con grande acume e con ricchezza di dati, esamina l’ubicazione delle maggiori città dell’Irpinia romana e della rete viaria: Torneremo in seguito su questo articolo.
Nel 1930 lo Sgobbo effettuava la ricognizione delle mura di Aeclanum con un dotto studio sull’argomento e dava notizia di alcune iscrizioni rinvenute ad Aeclanum, fra cui quella famosa in osco della base o ara dedicata alla dea Mefite (4).

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(1) Cfr. Bull. d. Inst., 1847/48, p. 162 e seg., e p.4 e seg.
(2) G.O. ONORATO, La ricerca archeologica in Irpinia, Avellino, 1960
(3) MOMMSEN, Sulla topografia degli Irpini in “Bull. d. inst. Corr. Archeologica, 1847, p. 161 e
seg., 1848 p. 4 e seg.
(4) Cfr. il suo articolo in “Notizie degli scavi”, 1930, VI, p. 404

Il punto sulla ricerca archeologica in Irpinia fu fatto da Giovanni Oscar Onorato nel 1960. Egli già allora auspicava una ripresa degli scavi, che purtroppo avverrà solo molto più tardi.

Per tracciare le linee della topografia degli Hirpini dobbiamo muovere dagli elementi di certezza di cui disponiamo. Per fissare il sito delle antiche città bisogna innanzitutto partire dalle lapidi e dalle iscrizioni che sono state trovate e che spesso erano state riutilizzate come materiale da ricostruzione, ricoperte da intonaco e spesso rovinate.
Per stabilire poi il percorso e la direzione delle vie di comunicazione bisogna fare riferimento alle colonne miliarie rinvenute.
Tutti questi oggetti, o documenti, possono essere stati trasportati nel sito di ritrovamento da altri luoghi.
L’indagine si può condurre solo per l’epoca imperiale, giacchè per l’epoca repubblicana i reperti archeologici sono quasi inesistenti e non possiamo dire nulla di certo e di preciso.
Un elenco quasi completo delle città appartenenti al territorio irpino lo troviamo in Plinio (1). Dice infatti Plinio che oltre alla colonia di Beventum, chiamata una volta Maleventum, vi sono gli Aeculani, gli Aquilonii, gli Abellinates soprannominati Protropi, i Compsani, i Caudini, i Liguri soprannominati Corneliani e quelli soprannominati Bebiani (1).
Un diverso elenco delle città irpine lo troviamo in Tolemeo (2): “Città degli Irpini…sono Aquilonia, Abellinum, Aeclanum, Fratuolum…” Attribuisce poi (3) Tuticum, Beneventum e Caudium ai Sanniti. Abella viene attribuita ai Campani e Compsa ai Lucani.
Quando abbiamo parlato della conformazione geografica della regione abbiamo fatto coincidere i confini dell’Irpinia con ostacoli naturali e non è un caso se quasi tutte queste città menzionate da Plinio e da Tolemeo si trovano ai margini, mentre la sola Aeclanum si trova in posizione centrale.
Il confine con la Regio IV (Samnium), non è stato mai ben definito, in quanto il territorio irpino si presenta più aperto da quella parte. Si può spiegare così il motivo per il quale Tolemeo attribuisce Tuticum, Beneventum e Caudium ai Sanniti. Molto probabilmente segue un ordinamento più tardo di quello dato da Augusto, dal momento che “le divisioni dell’Italia variano sempre secondo le amministrazioni: esse non riproducono mai esattamente le undici regioni di Plinio”. (2).