Le Fornaci Romane di Contrada “Tierzi” a Carife – Parte 1

Nel 1998 iniziarono a Carife i lavori di costruzione del nuovo campo sportivo in località “Tierzi” o “Piano Cavallina”, a Est del paese. Nella prima fase di “scorticatura” del terreno vegetale si evidenziò la presenza di strutture murarie ed affiorarono numerosi frammenti di vasellame e di laterizi di vario tipo. Si ipotizzò la presenza dell’ennesimo insediamento rustico di epoca romana e si richiese l’intervento immediato della Soprintendenza Archeologica di Salerno, Avellino e Benevento. Con i mezzi meccanici presenti sul posto si diede inizio ad un’indagine esplorativa, volta a valutare la consistenza dell’insediamento e, nel contempo, fu avviato uno scavo con l’impiego di alcuni operai idraulico-forestali, dipendenti della Comunità Montana Ufita, sicuramente non specializzati per fare un lavoro del genere.
Nel frattempo però i lavori stranamente non furono sospesi e, prima ancora di verificare l’entità e l’estensione delle strutture affiorate, se ne permise la continuazione.
L’Amministrazione Comunale, per dotare la Comunità carifana di un impianto sportivo atteso da troppo tempo, aveva contratto un mutuo con l’Istituto per il Credito Sportivo ed aveva tutto l’interesse a non interrompere i lavori, considerato anche che erano imminenti le elezioni amministrative (1999).
I lavori di indagine esplorativa sistematica e di scavo furono poi affidati da parte della Soprintendenza ad una Cooperativa specializzata e un archeologo, il Dott. Roberto Esposito, ne curò quotidianamente la sorveglianza.
Vennero fuori strutture murarie, costruite con la tecnica tipica delle altre presenti sul territorio ufitano, in particolare quelle di Aeclanum (Passo di Mirabella) e “Chioccaglia” di Flumeri. Risultavano impiegati ciottoli e pietrame con frequenti intercalari di laterizi e tegoloni.
La presenza di numerosi esemplari di laterizi (almeno dodici tipi diversi), le numerose strutture di combustione, le numerose fornaci portate alla luce, le sistemazioni idrauliche del complesso, i numerosi frammenti di anfore e di doli, i confronti con altre strutture analoghe del mondo romano, portarono subito ad individuare nel sito un centro artigianale attivo tra il I ° secolo a. C. ed il I° secolo d. C., cosa questa documentata anche dalle numerose monete rinvenute nel corso dello scavo.
Questo articolo si propone di diffondere la conoscenza di un episodio della ricca ricerca archeologica condotta sul nostro territorio, che troppo spesso si è limitata solo a recuperare frettolosamente e a portar via reperti assai importanti per la nostra storia passata e a non “socializzare” i risultati degli scavi, spesso conosciuti solo da un ambito troppo ristretto di studiosi e addetti ai lavori.

fornaci romane carife
1998: Così si presentava il sito a scavo ultimato e a campo sportivo spianato
Così si presenta oggi il sito: il campo sportivo è stato ormai completato.
Così si presenta oggi il sito: il campo sportivo è stato ormai completato.
LA LAVORAZIONE DELL’ARGILLA NEL TERRITORIO DI CARIFE

 

L’argilla, diffusa in tutto il territorio del comune di Carife, ha sempre invogliato l’uomo a lavorarla. Abbiamo testimonianze di questa attività a partire già dal VI millennio a.C., come documentano le strutture di combustione o fornaci del Neolitico, rinvenute ad “Aia di Cappitella”.
L’attività è stata sempre presente a Carife, senza soluzione di continuità, fino ai nostri giorni. Oltre alle più antiche fornaci neolitiche abbiamo testimonianze di fornaci sannitiche e romane. Le fornaci hanno prodotto “ruagne” e vasellame di uso quotidiano, utili ad una civiltà pastorale e contadina e coppi, tegoloni, mattoni e laterizi necessari, nel tempo, per la costruzione di case, ville rustiche e tombe.
Altre motivazioni che hanno favorito questo tipo di attività vanno ricercate nella presenza dell’acqua e nella facilità con la quale ci si poteva procurare la legna necessaria per la cottura dei manufatti in argilla. Le fornaci erano presenti su tutto il territorio comunale, centro abitato compreso.

 

IL COMPLESSO ARTIGIANALE ROMANO DI CONTRADA “TIERZI”

 

Il complesso artigianale portato alla luce in contrada “Tierzi” si sviluppava su diversi ambienti ed era dotato di un sistema di canalizzazione per lo smaltimento e la regimazione delle acque meteoriche. L’argilla necessaria era sicuramente estratta nelle vicinanze, cosa questa che avverrà anche per le fornaci di epoche successive.

Campo sportivo: sono visibili gli strati di argilla alternati con l’arenaria
Campo sportivo: sono visibili gli strati di argilla alternati con l’arenaria

Gli ambienti erano stati realizzati in funzione dell’attività che vi si svolgeva: era presente infatti uno spazio necessario per la conservazione, in apposite fosse tondeggianti scavate nel terreno, dell’argilla impastata in attesa della lavorazione e che necessitava di essere mantenuta al fresco, affinché non si indurisse. Erano evidenti inoltre le tracce lasciate nel terreno dai pali che dovevano sostenere una tettoia sotto cui avveniva lo stoccaggio dei laterizi pronti per la vendita. Sempre all’interno sono state trovate delle macine di lava (una era integra),  necessarie per la triturazione dell’argilla e forse utilizzate anche come “pistrinum” per la frantumazione dei cereali, onde ricavarne farina. Non si esclude che potessero essere anche usate come volano per il tornio.

Panoramica del complesso artigianale di contrada “Tierzi”
Panoramica del complesso artigianale di contrada “Tierzi”
Particolare dei muri e delle 4  fosse per conservare l’argilla impastata
Particolare dei muri e delle 4 fosse per conservare l’argilla impastata

In uno degli ambienti furono trovati degli stampi o delle matrici necessari per la fabbricazione di lucerne, mascheroni ed antefisse. L’argilla veniva spinta nei calchi e si ricavava l’oggetto che poi veniva cotto. Assai significativo uno stampo per lucerne raffigurante uno splendido satiro riprodotto nell’atto di suonare una zampogna. Furono inoltre rinvenute matrici di decorazioni per capitelli in argilla e per ricavare volti umani.
Tutti questi prodotti, unitamente ai mattoni, alle tegole, ai coppi, ai doli e a vari tipi di laterizi, dovevano far fronte alla richiesta di materiali edili provenienti da abitanti e coloni della valle dell’Ufita, che qui andavano costruendo impianti rustici e ville, necessari per la lavorazione della terra e per l’allevamento del bestiame. Il dolio, un grosso tipo di vaso generico, era destinato a contenere cereali e semi ed era usato nei grandi magazzini degli impianti rustici.
La scoperta di questo centro artigianale rappresenta un tassello assai importante per approfondire la conoscenza delle varie fasi della romanizzazione in territorio ufitano.
(Leggi a questo proposito nel sito l’articolo relativo alla “romanizzazione” della Valle dell’Ufita e all’iscrizione di Marcus Mevius, rinvenuta ad Aia di Cappitella, sempre a Carife).

fornaci romane carife
Il complesso visto da Sud: si notano le strutture murarie e le tracce di fornaci
gradualmente abbandonate ed inglobate successivamente nei vari ambienti

I muri facevano pensare ad ampliamenti successivi e progressivi ed in qualche caso erano di sottoscarpa. Tutti presentavano la tecnica dell’opus incertum (opera incerta), opus latericium (opera in mattoni) e, in qualche breve tratto, anche opus spicatum (opera a spina di pesce).
Nelle strutture murarie erano stati riutilizzati anche molti scarti di lavorazione e grossi frammenti di anfore e doli, oltre a tegoloni interi o malformati per eccesso di cottura.
Si vedevano chiaramente anche gli spazi delle porte di comunicazione fra i vari ambienti ed era visibile anche una bella soglia, pertinente ad una porta di accesso dall’esterno.

fornaci romane carife
Il complesso di fornaci con al centro quella più grande e meglio conservata

Nel mondo romano la lavorazione dell’argilla prevedeva varie fasi o passaggi. L’argilla estratta dalle cave veniva fatta macerare per diverso tempo nell’acqua, quindi era impastata, lavorata e sagomata mediante apposite forme e infine fatta essiccare in ambienti aerati e riparati dalla luce diretta del sole, di solito costituiti da tettoie. Una volta cotti i manufatti venivano immagazzinati per la vendita. Naturalmente, oltre all’argilla, era richiesta una notevole quantità di acqua, indispensabile in tutte le fasi della lavorazione.
Durante lo scavo è emerso un bel pozzo perfettamente conservato e profondo circa quattro metri; forniva evidentemente l’acqua necessaria al funzionamento dell’impianto. La sua bocca era costituita da pezzi di un grosso dolio ed era dotato di una serie di fori lungo le pareti. L’acqua veniva estratta probabilmente utilizzando il tipo più antico di argano, costituito da un palo biforcuto conficcato nel terreno e da un altro poggiato ed inserito orizzontalmente su di esso. Il palo aveva la possibilità di oscillare sull’inforcatura ed aveva, legato ad un’estremità, un contrappeso in grado di bilanciare il recipiente collegato all’altro capo. Il recipiente         (“situla” = catino) veniva calato giù e, una volta riempito d’acqua, occorreva tirarlo su: la risalita del secchio colmo era facilitata proprio dal contrappeso agganciato all’altra estremità.

 

Il pozzo nella fase dello svuotamento
Il pozzo nella fase dello svuotamento

Il catino, una volta tirato su, veniva svuotato in una canalizzazione che raggiungeva la vasca  che bisognava riempire. Lo scavo ha evidenziato la presenza di diverse vasche di varia grandezza necessarie per la decantazione e l’impasto dell’argilla. Erano pavimentate e rivestite con laterizi, tegoloni e materiali riutilizzati. Una tegola riutilizzata nella pavimentazione  recava inciso un sigillo rettangolare con iscrizione recante il nome del fornaciaio: una sorta di marchio di fabbrica dell’epoca. Le vasche, cinque in tutto, erano collegate tra di loro mediante un sistema di canalizzazioni costituite da coppi e da “fistule”, tubi di argilla opportunamente incastrati l’uno nell’altro, ed erano poste a diversi livelli: una volta riempita la prima, l’acqua canalizzata passava nella seconda, e così di seguito.

Il pozzo dopo lo svuotamento
Il pozzo dopo lo svuotamento
Particolare della bocca del pozzo
Particolare della bocca del pozzo
LE FORNACI DEL COMPLESSO ARTIGIANALE

 

Lo scavo in località “Tierzi” ha portato alla luce numerose fornaci abbastanza ravvicinate. Quasi certamente la pesante usura subita dalle strutture in presenza di fuoco continuato rendeva più conveniente abbandonarle e ricostruirle, in quanto un restauro sarebbe risultato sicuramente più oneroso.

Una fase dello scavo della fornace
Una fase dello scavo della fornace

La fornace romana era solitamente costituita da un “Praefurnium” ( Prefurnio = bocca del forno), una camera da fuoco e una camera per la cottura. Il prefurnio serviva per la preparazione delle braci che poi venivano spinte nella camera da fuoco, che normalmente era interrata per evitare la dispersione del calore. Nella camera da fuoco erano presenti dei supporti in materiale refrattario, in grado di sostenere i pezzi da cuocere (vasi, mattoni, ecc.). Le fornaci erano dotate di una copertura leggera che, una volta cotti e raffreddati i pezzi, veniva smontata e rifatta dopo ogni cottura. Una delle fornaci era particolarmente bella e ben conservata e presentava tecniche di costruzioni diverse, essendo formata sia con mattoni e blocchetti di argilla cruda, che con tegoloni, frammenti di anfore e strutture murarie relative ad altre fornaci abbandonate o dismesse. Era lunga circa 4,5 metri e larga circa 3,5 metri
La fornace, dotata di piani di appoggio laterali ellissoidali e di un piano d’appoggio centrale larghi più di 50 centimetri, era pavimentata ed era dotata di un canale di scolo o di drenaggio, fatto con coppi/embrici piuttosto grandi. Il prefurnio era esposto a Sud-Ovest, al riparo dai venti freddi del Nord e dell’Est. Nel riempimento della fornace fu trovato un grosso coperchio di dolio, forse utilizzato a chiusura della botola di ispezione della fornace o come chiusura di un grosso camino di tiraggio. Il suo diametro è di 55 centimetri.

Il coperchio di dolio rinvenuto tra il materiale di riempimento della fornace
Il coperchio di dolio rinvenuto tra il materiale di riempimento della fornace
Fornaci Romane di Carife Av
La fornace meglio conservata del complesso di Contrada “Tierzi”
Fornaci Romane di Carife Av
Fornace romana di Contrada “Tierzi”: i piani di appoggio e il doppio corridoio

I mattoni di argilla cruda disposti lateralmente, sul fondo e a sostegno del piano di appoggio centrale erano ancora crudi: il che lascia ipotizzare che la fornace, dopo la sua costruzione, non fu nemmeno collaudata o provata ed il sito fu completamente abbandonato, forse a seguito di un catastrofico terremoto o di altra calamità naturale.
Il numero elevato di fornaci, in un impianto di questo tipo, era giustificato dal fatto che esse potevano essere usate in batteria e contemporaneamente: quando una veniva caricata, l’altra era in cottura e l’ultima veniva svuotata.
Si trattava dunque di un complesso artigianale di media dimensione, destinato a servire un bacino di utenza e di acquirenti relativamente ridotto, forse limitato al solo circondario territoriale ufitano.
Come si è detto in precedenza le strutture murarie nei pressi delle fornaci, inglobanti anche fornaci dismesse, avevano una funzione ben chiara: sembrerebbero essere pertinenti ad essiccatoi coperti, dove i manufatti di argilla fresca venivano messi ad asciugare in attesa della cottura. Altre strutture servivano per lo stoccaggio dei prodotti pronti per la vendita, altre ancora per tenere al fresco l’argilla in attesa di essere lavorata.
Non possiamo escludere che alle strutture legate alle fasi produttive fosse annessa anche un’abitazione per i padroni e per gli eventuali operai che lavoravano nell’impianto. Questa ipotesi è sicuramente avvalorata dal ritrovamento di un gran numero di oggetti di uso comune in una casa e di un enorme numero di frammenti di ceramica da cucina e da mensa.

I REPERTI RINVENUTI NEL CORSO DELLO SCAVO

Molti dei frammenti di vasi ritrovati erano legati ad attività connesse con la stessa lavorazione dell’argilla: tra questi sicuramente quelli pertinenti ai doli e ad altro vasellame destinato a contenere il vino, oltre a quelli di uso comune in cucina.

Grosso pezzo di dolio rinvenuto durante lo scavo (è spesso 7 cm.)
Grosso pezzo di dolio rinvenuto durante lo scavo (è spesso 7 cm.)
Fornaci Romane di Carife - reperto
Grosso pezzo di dolio rinvenuto durante lo scavo (è spesso 7 cm.)
Orli di doli di notevoli dimensioni e pezzo di tegolone con contrassegno
Orli di doli di notevoli dimensioni e pezzo di tegolone con contrassegno

Lo scavo ha restituito anche numerosi frammenti di “Testum” o di “Testa”, che in latino significa, in genere, vaso di terracotta. Entrambi i termini sono ancora presenti nel nostro dialetto e in quello dei paesi vicini: la “testa” è un vaso di terracotta usato come contenitore per piante, “lu tiest” invece è un coperchio. Quest’ultimo, fornito di un incastro e di un orlo rialzato, serviva per coprire il recipiente nel quale veniva cotto il cibo (ad esempio una focaccia): Il recipiente veniva posto sulla brace e una parte di essa veniva messa proprio sul “testum” o coperchio. Fino a qualche tempo fa il sistema di cottura era ancora utilizzato nelle nostre case, soprattutto per cuocere la gustosissima pizza di farina di granone “rint’ a lu chingh’”.
Molti reperti, recuperati sempre nel corso dello scavo, hanno confermato anche la presenza dell’abitazione del fornaciaio e della sua famiglia. Si tratta di oggetti di uso comune in una casa: aghi di osso, stili appuntiti di avorio per la scrittura, oggetti in bronzo come spilloni con asola, pinzette, un colino, due fibule, strumenti per applicare il trucco, lucerne, ecc.
Erano inoltre presenti utensili di uso domestico, spesso decorati, e non mancava la ceramica aretina sigillata, un vasellame da mensa di lusso per quell’epoca.
Furono inoltre trovati numerosi pesi da telaio e fusaiole, che documentano anche la pratica della lavorazione della lana. Molti anche i resti ossei della carne consumata nel sito rinvenuti nelle stratigrafie.

Frammento di testum (coperchio) destinato a reggere la brace su ciò che si cucinava
Frammento di testum (coperchio) destinato a reggere la brace su ciò che si cucinava

Tra gli oggetti recuperati quello che suscitò maggiore curiosità e, come è facile immaginare, una grande ilarità fu sicuramente un “elegante” ed eretto fallo in piombo fuso, perfettamente rappresentato in ogni particolare anatomico.
Nell’antichità il simbolo del fallo, riprodotto in tutti i materiali possibili, oltre a simboleggiare la vita, aveva un grande valore apotropaico: collocato nelle case o sulle facciate di esse serviva ad allontanare o ad annullare gli influssi magici maligni; era l’equivalente del nostro toccare…ferro .
A Pompei un fallo in pietra, inserito nella facciata, contrassegnava il “Lupanare”, una casa di appuntamento in cui si potevano incontrare donne a pagamento.
Sempre nel corso dello scavo furono rinvenute numerose monete che hanno aiutato a datare con certezza il complesso artigianale di contrada “Tierzi”, attivo, come detto in precedenza, tra il I ° secolo a.C. ed il I° secolo d.C.
Delle monete parleremo più avanti.

TIPOLOGIA DEI LATERIZI PRODOTTI IN CONTRADA “TIERZI”

Le fornaci di Contrada “Tierzi” producevano sicuramente tegoloni e coppi (embrici) necessari per la costruzione di case e tombe. I tegoloni solitamente misuravano cm. 50 per 60 o 70, erano dotati di due alette o bordi sollevati ed avevano appositi incastri; inseriti uno dietro l’altro venivano utilizzati per la copertura delle case e sui due bordi rialzati venivano sistemati gli embrici o coppi, quasi uguali nella forma, nella tipologia e nelle dimensioni a quelli prodotti, sempre a Carife, fino a qualche decennio anno fa.

I tegoloni trovavano largo impiego anche nella costruzione delle tombe “alla cappuccina”, già in uso a Carife anche in periodo sannitico.

necropoli addolorata carife av
Tomba “alla cappuccina” di epoca sannitica dalla necropoli dell’Addolorata di Carife (IV sec. a.C.)
Tegolone fabbricato in Contrada “Tierzi” (misure 50X60 centimetri)
Tegolone fabbricato in Contrada “Tierzi” (misure 50X60 centimetri)

Spesso sui manufatti stesi ad asciugare ed ancora freschi gli operai tracciavano con le dita o con punzoni dei segni o delle incisioni. In qualche caso si è trovata l’impronta di una mano.
Altre volte invece sono state trovate le impronte di animali che vi hanno camminato sopra, sempre quando i laterizi erano freschi ed erano ancora stesi ad asciugare sotto le tettoie, in attesa della cottura nelle fornaci. Le orme trovate più frequentemente sono quelle di capretti o agnelli e di cani.
Durante lo scavo emerse anche un vero e proprio piano pavimentato, utilizzato come stenditoio dei laterizi freschi: Era costituito da grossi lastroni di argilla giustapposti segnati da fasci di linee incise che si intersecavano. Lastroni dello stesso tipo erano stati anche impiegati, unitamente ad altri di diversa tipologia, per pavimentare il fondo delle vasche di depurazione/macerazione e di impasto dell’argilla.

Tomba di bambino  “alla cappuccina”  della Necropoli dell’Addolorata (IV sec. a.C.):  Si vedono chiaramente le impronte  lasciate da un cane
Tomba di bambino “alla cappuccina” della Necropoli dell’Addolorata (IV sec. a.C.): Si vedono chiaramente le impronte lasciate da un cane
Mattoni prodotti dalle fornaci della contrada “Tierzi”
Mattoni prodotti dalle fornaci della contrada “Tierzi”

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