CARIFE: UN TEMPO SI VIVEVA COSI’… Parte 2

“SPASE”, “SPASETTE”, PIATTI, “TIANI” E “TIANEDDE”

In casa non potevano mancare i piatti da portata, le posate e tutto quanto occorreva per cuocere i cibi e per portare da mangiare a chi lavorava in campagna, soprattutto durante la mietitura e la raccolta delle olive. I piatti solitamente erano pochi e si preferiva mangiare tutti insieme nella “spasa”, magari usando a turno le poche forchette o i pochi cucchiai disponibili. Ciò non si verificava nelle famiglie più agiate. I piatti, le spase e le spasette venivano lavati dopo l’uso e riposti in un apposito armadio sospeso al muro, chiamato, in daletto, “Armal’”.

Spesso le poche forchette a disposizione si arrugginivano, perché erano di ferro, e bisognava strofinarle a lungo con la sabbia per ripulirle dalla ruggine. Quando non erano sufficienti, oltre che fare a turno, si appuntivano dei pezzi di legno e si usavano come forchette o, se occorreva il cucchiaio, si usavano delle fette di pane. Oggi cucine e sale da pranzo traboccano di servizi di posate, di piatti, di tazzine di ogni forma e misura, di bicchieri, di pentole che fanno parte del corredo delle donne o sono frutto dei regali ricevuti per le nozze. Rimangono nelle credenze e nelle cristalliere senza essere mai usati e a volte vengono “riciclati”, stando attenti ovviamente a non restituire i regali a chi…ce li ha fatti.

LA SPASA, LA SPASETTA E IL PIATTO
LA SPASA, LA SPASETTA E IL PIATTO
“TIAN’ E TIANEDD’ R’ CRETA”
“TIAN’ E TIANEDD’ R’ CRETA”
UN MODERNO APPENDIPIATTI (“L’ARMAL’”)
UN MODERNO APPENDIPIATTI (“L’ARMAL’”)
UN PREGIATO SERVIZIO DI POSATE PORTATO DAGLI USA DA UN EMIGRATO
UN PREGIATO SERVIZIO DI POSATE PORTATO DAGLI USA DA UN EMIGRATO

Tra gli altri oggetti della cucina non potevano mancare un mestolo (“lu cuopp’), una schiumarola piccola (“la scummaredda” ), una schiumarola grande (“la cucchiara”), usata anche come colapasta. Entrambe , a forma di paletta concava bucherellata, venivano utilizzate per estrarre da pentole e padelle le vivande ormai cotte.
Non mancavano coltelli di varie misure provenienti dalle coltellerie di Campobasso; tra di questi era sempre presente un coltello dalla lunga lama, necessario per “scannare” il maiale (“lu scannatur”).
C’era poi un lungo forchettone di filo di ferro attorcigliato (“lu cacciacarn’”), usato per infilzare e prendere i pezzi di carne dalla brace o dalla pentola. Ovviamente non poteva mancare una grattugia (“La grattacasa”), e cucchiai, forchette e palette di legno costruiti a Carife dai nostri falegnami.
Talora, quando si doveva grattugiare il “cacioricotta” ancora non completamente asciugato, la grattugia veniva riscaldata sul fuoco prima dell’uso, per impedire che il formaggio, necessario ed assolutamente indispensabile per la pasta fatta in casa, durante l’operazione rimanesse attaccato allo strumento.
Sul ripiano del camino (“Lu muridd’”), molti conservavano anche una padella munita di coperchio e di una piccola manovella, necessaria per abbrustolire l’orzo (“ abbruscua r’uor’sc’”) e il sunnominato macinino (“Lu mac’niedd’”).

UN VECCHIO MACININO
UN VECCHIO MACININO

 

VIVERE… CON GLI ANIMALI

 

Nelle case, e non solo in quelle di campagna, talora vivevano anche alcuni animali, che, per così dire, facevano parte della famiglia: conigli e polli fornivano le uova e la carne necessaria, specialmente nei giorni di festa, mentre una capra ed una pecora fornivano, oltre al latte e al formaggio, anche agnelli e capretti da vendere. In molte case era possibile trovare anche un asino o un mulo, utilizzati per andare in campagna e per farvi ritorno la sera.
L’annata agraria dei nostri contadini è stata da sempre scandita da alcuni momenti ed operazioni fondamentali che si ripetevano. Dopo il lungo riposo invernale, già dal mese di marzo, si incominciava a sistemare la vigna e a potare gli ulivi. Seguiva poi la sarchiatura del grano e, nel mese di aprile, la “sfelicatura”, ovvero lo sradicamento manuale delle erbacce che infestavano i campi di grano che, accarezzati dal fresco vento di Ponente, ondeggiavano come il mare. Per combattere le erbe infestanti, quali “papagn’”, “Làssen’, “gradd’l’, “cardogne”, “sciuogl’”, “vezz’”, “iet’” ecc., ancora non venivano usati i diserbanti, tanto dannosi per l’ambiente e la salute.

“PAPAGN’, SCIUOGL’ E GRADD’L’”
“PAPAGN’, SCIUOGL’ E GRADD’L’”

Nel frattempo si piantava anche il granone, che bisognava poi zappare e “accauzare”  ( rincalzare). Arrivava finalmente la tanto attesa mietitura e la successiva trebbiatura, che metteva fine all’attesa di andare al mulino per macinare il grano nuovo, visto che quello vecchio  finiva molto presto.

NELLA VALLE BIONDEGGIANO CAMPI DI GRANO MATURO…
NELLA VALLE BIONDEGGIANO CAMPI DI GRANO MATURO…
…ARRIVA IL TEMPO DELLA MIETITURA…
…ARRIVA IL TEMPO DELLA MIETITURA…

Dopo la raccolta del grano era il momento della vendemmia e, subito dopo, della raccolta delle olive.
Nel corso dell’anno, di buon mattino, potevi assistere ad una scena veramente simpatica: preceduta da un ritmico e cadenzato scalpitìo di zoccoli ferrati sul selciato delle vie cittadine un asino, con il padrone già a cavallo, si avviava verso la campagna percorrendo una strada che conosceva ormai a memoria, tanto che si poteva dire che non era il contadino a guidare “la vettura con il pelo” verso il duro lavoro di una nuova giornata, ma era proprio la povera bestia a guidare l’allegra compagnia.
Del curioso corteo facevano parte, quasi sempre, una riluttante capra che, legata con una fune (“la zoca”) al basto (“la varda”), si lasciava trascinare seguita da una pecora quasi rassegnata. Pecora e capra belavano il proprio disappunto, perché avevano lasciato a casa i loro piccoli, che avrebbero rivisto e allattato solo a sera.
La maleodorante compagnia era arricchita dalla presenza di un allegro e impertinente cagnolino “da pagliaio”, che abbaiava la sua gioia zigzagando davanti a tutti a destra e a sinistra; se incontrava qualche ringhioso cane più grande aveva paura, metteva la coda tra le gambe e si rifugiava al sicuro tra le zampe dell’asino o del mulo. L’allegra brigata era chiusa quasi sempre da una donna che, portando in equilibrio sulla testa una cesta (“ la cosc’na”), con le mani sui fianchi, seguiva quasi in disparte.
Spesso, invece della cesta, le donne portavano sulla testa la culla con dentro il bambino piccolo: tra una poppata e l’altra avrebbe sgambettato tutto il giorno nella sua “cunnula” (dal latino “cunulae” ), sistemata all’ombra di un albero, con il rischio di vedere aggirarsi nei paraggi un serpente, attratto dall’odore del latte, che il piccolo portava con sé.
Dal zinale di lei (“lu sunual’”), tenuto allacciato in vita da una striscia di stoffa, pendeva la lunga e pesante chiave di casa.
A sera quasi inoltrata la stessa scena si ripeteva…al contrario.
Ad andare a cavallo era il più delle volte il poco “cavaliere” e solitamente più acciaccato ed affaticato uomo: alla donna era consentito aggrapparsi alla coda dell’animale e farsi trascinare lungo le salite più ripide, che conducevano verso Carife.
In alcuni momenti dell’anno, specialmente durante la trebbiatura e la raccolta delle olive, il “traffico” di animali e persone era molto più intenso e spesso le “fontane abbeveratoio” dell’Addolorata, delle Fontanelle, dei Fossi, del Giuliano si riempivano e si intasavano di animali in attesa di dissetarsi.
Il segno che in casa si produceva il formaggio veniva dato dalla presenze delle fiscelle di giunco (“fascedd’”) e, soprattutto, dal “casiere”, una sorta di trabiccolo incannucciato appeso al soffitto, lontano da gatti e topi. Su di esso venivano disposte ad asciugare in bell’ordine profumate pezze di formaggio e di cacio ricotta (“masciottole”). Accanto c’era sempre il maleodorante “quaglio”, uno stomaco di capretto nel quale fermentava il latte spesso rabboccato.
Ricordo che noi bambini aspettavano ansiosi la cagliata, perché potevamo mangiare il “siero” tutti insieme in una grossa zuppiera, nella quale, oltre ai pezzi di pane, era possibile “pescare” o catturare a gara qualche saporitissimo pezzetto di formaggio, che nostra madre, magari volutamente, si era lasciato sfuggire: davvero una squisitezza. Ma forse, oltre alla bontà di ciò che mangiavamo, era proprio la fame a far sembrare tutto più saporito, altro che Kinder fetta latte… e merendine varie, omogeneizzati e biscottini Plasmon…
Certo oggi è diventato tutto maledettamente complicato e molti, a incominciare da me, vorrebbero vivere in altro mondo, in un altro tempo, in un altro luogo, magari in un altro corpo, che ci costringe spesso a lunghe attese nei laboratori di analisi, nelle anticamere degli specialisti, a imbottirci di pillole e pasticche, secondo orari scanditi dal suono del promemoria di un telefonino…
Tutto questo a qualcuno potrebbe apparire retorico, decadente, patetico, prosaico ma così è e bisogna farsi coraggio e andare avanti, senza vigliaccherie…e senza facili catastrofismi.
Non avendo ancora nipoti racconto la mia storia, che è in fondo la stessa per molti altri tra di voi, ai figli e ai nipoti dei miei amici e di quanti hanno vissuto quel mondo, nemmeno tanto lontano…
La vita è bella e merita di essere vissuta, anche quando sembra che non ti trovi più a tuo agio e vengono meno i punti fondamentali di riferimento. Te ne accorgi quando vai al cimitero nuovo o a quello vecchio: centinaia di volti noti fin dall’infanzia ti osservano dalle loro lapidi e sembrano dirti: “Prenditela comoda quanto vuoi, ma sappi che qui tutti noi ti stiamo aspettando…”

UNA SIMPATICA CAPRETTA FACEVA PARTE DELLA COMPAGNIA…
UNA SIMPATICA CAPRETTA FACEVA PARTE DELLA COMPAGNIA…
IL “CASIERE” PENDEVA DAL SOFFITTO. Carife.eu
IL “CASIERE” PENDEVA DAL SOFFITTO
LE FISCELLE (“FASCEDDE”) DI GIUNCO
LE FISCELLE (“FASCEDDE”) DI GIUNCO

Le “fascedde” venivano fatte a San Nicola Baronia da parte di artigiani, specialmente donne, che sfruttavano i giunchi che crescevano abbondanti nel vallone che convogliava a valle le acque sorgive delle Bocche e della Fontana del Salice, nelle quali venivano messi a “curare” anche i lupini.
Molti ricorderanno ancora Filomena, una simpatica ed arzilla vecchietta di San Nicola minuta e bassa di statura, che girava per tutti i paesi della Baronia al grido di “Iamm’ a chi vol’ li lupin’, ueee…”. Insieme ai lupini portava, bellamente infilate l’una nell’altra, pile di fiscelle che poi rivendeva, accettando in cambio l’ottimo olio da sempre prodotto qui a Carife.
Dopo la sua morte fu il figlio “Stefaniello” a continuare il mestiere della mamma e a girovagare per la Baronia, con sulle spalle una bisaccia. Era un simpaticone, basso di statura come la madre, ed aveva un bel paio di baffetti e due occhietti vispi ed acuti, che ti fissavano e ti leggevano nell’anima.
Sempre da San Nicola provenivano altri che, con asini carichi di verze e ortaggi vari, invitavano con grande garbo i cittadini a comprare i loro genuini e saporiti prodotti.

NOI RAGAZZI VIVEVAMO COSI’…

 

La vita di noi ragazzi era, per molti aspetti, assai diversa da quella di oggi. Frequentavamo le scuole elementari della Casette Asismiche e del Purgatorio e i ragazzi di campagna andavano a scuola all’Ariacchino e alla Fiumara. Proprio in quest’ultima località, nel “casino” Forgione, il sottoscritto ha frequentato, in una “pluriclasse”, i primi tre anni delle Elementari. A Carife la scuola media, preceduta da una scuola di “avviamento”, arriverà molto più tardi. Questo tipo di scuola non era obbligatoria: l’avrebbero frequentata, previo il superamento di un esame di ammissione, solo coloro che avrebbero continuato gli studi, allontanandosi e raggiungendo i vari collegi dislocati in Campania; molti finivano in seminario…per rubare gli studi, io finii nell’Istituto Salesiano di Caserta.
Non c’erano né videogiochi, né play station, né campi di calcio, né tutti i passatempi di oggi. Ma soprattutto non c’erano i telefonini… Non disponevamo di spazi personali e di camerette nelle nostre case, non c’erano enciclopedie, trasporto alunni, mensa scolastica, incontri scuola/genitori, che non ci difendevano, prendendo le nostre parti contro gli insegnanti, ecc..
Spesso, per riscaldare l’aula, i maestri ci mandavano in giro con bracieri a raccogliere il fuoco nelle case vicine e se non eravamo preparati su verbi e tabelline volavano bacchettate sulle mani, ci mettevano in ginocchio sui ceci, ci mandavano dietro la lavagna e dopo averci tirato le orecchie, fin quasi a staccarle, ci mettevano quelle… d’asino. A casa poi prendevamo il resto…dai nostri genitori.
Eppure molti, magari studiando a lume di candela perché in campagna mancava la corrente, si sono laureati e si sono fatti onore, occupando posti o rivestendo incarichi di grande responsabilità e prestigio.
Dopo la scuola si facevano i compiti e si scendeva in piazza, dove, quando il tempo era bello, si giocava fino a sera. Tra i giochi più praticati ricordo la “tappa”, che consisteva nel dare un colpetto secco con il dito medio, fatto scattare sul pollice, ad un tappo a corona di una bottiglia di birra (“lu cucc’tiedd”. Il tappo doveva percorrere il “passetto” (la sommità del muretto di cinta della parte più alta della piazza, sporgente sul fontanile di “sotto le Campane”, luogo in cui oggi si trova la canonica. Il tappo non doveva uscire dal percorso e arrivare il più lontano possibile: vinceva chi arrivava primo al traguardo (“la tappa”). A volte il gioco si faceva sugli scalini della chiesa e lungo i cordoncini lisci di pietra inseriti nel selciato della piazza.
Altri giocavano a “tozza muro”, ossia a battere contro il muro le monetine metalliche e a cercare di avvicinarle a quelle battute dagli altri , secondo una misura prestabilita e concordata.
Talora, quando le monetine mancavano (e accadeva spesso), lo stesso gioco, invece che con esse, si faceva con i bottoni. Ovviamente le discussioni erano frequenti e molti si giocavano anche i bottoni delle maniche di giacche e cappoti dei genitori e, magari, quelli della propria “vrachetta”…
Un altro gioco molto praticato era quello del cerchio: con una bacchetta di ferro ricurvo in cima si guidava un rumoroso cerchio di ferro.
C’era chi lanciava una trottola di legno con la zagaglia (“ lu strumm’l’”) cercando di colpire l’altro lanciato da un compagno di gioco, chi dava calci ad una palla fatta con stracci o ad un barattolo e chi scarrozzava lungo le polverose discese dei Fossi su carrozze di legno da noi stessi costruite. Esse si potevano guidare con un “guinzaglio” fissato all’asse anteriore che, girando intorno ad un perno, permetteva di sterzare. Le cadute erano frequenti e dolorose…
Qualcuno giocava a “mazzeuno”, cercando di colpire, con una mazza di legno poggiata in una fossetta, un pezzo di legno appuntito alle due estremità, in modo da farlo andare il più lontano possibile. Il gioco si faceva in quattro: due reggevano la mazza, altri due lanciavano il pezzo di legno (“Lu piv’z’”), che una volta colpito andava lontano e permetteva ai due con la mazza di scambiarsi di posto e di contare gli scambi, fino al ritorno del giocatore che era andato a raccoglierlo.
Spesso si giocava a nascondino (“a l’annacquà”) o a mosca cieca ( “ la ‘atta c’cata”) o si facevano altri giochi sempre in gruppo.
Quando era il tempo si organizzavano delle vere e proprie spedizioni punitive di… gruppo verso gli alberi da frutta delle campagne, campi di fave, alberi di fichi, di prugne, di susine (“alec’n’”), di ciliegie, fragole, ecc; quando c’erano i padroni a guardia si girava al largo per raggiungere magari un ciliegio, sulla cui inforcatura era stato messo, a protezione, un bel fascio di pungenti spine: un bel deterrente che comunque non ci scoraggiava…
Le ragazzine, altrove, giocavano a fare le mamme con le bambole di pezza…
Trascorrevano così i nostri giorni più belli e spensierati…e intanto nascevano i primi amori, le prime “cottarelle” e si incominciavano a versare le prime lacrimucce, per una ragazzina con le treccine lunghe e due occhietti assassini, che facevano vibrare il tuo cuore…

FINALMENTE…IN CAMERA DA LETTO

 

Il tempo scorreva lento e i ritmi di vita, come detto in precedenza, erano sicuramente meno concitati, frenetici e caotici di quelli di oggi. Il canto del gallo annunciava l’inizio di una nuova giornata…ma poi anche da noi arrivò, purtroppo, la sveglia…e tutto continuò a cambiare…
Dopo una giornata di duro lavoro nei campi o nel proprio laboratorio o bottega (“ la puteha”) giungeva finalmente la sera: in un tripudio di voli di “rondinoni”, che volando veloci e radendo quasi i tetti delle case, si rincorrevano a stuoli nell’aria, lanciando furiosi e striduli garriti, tra il frinire delle cicale, che ancora continuavano imperterrite a far sentire il loro verso inebriate dal caldo, giungevano le prime ombre della sera…
Ovviamente durante i mesi invernali tutto era diverso: quando c’era la neve, prima ne faceva tanta, noi ragazzi “paravamo la tagliola” per catturare qualche passerotto affamato, che immediatamente veniva spennato e arrostito sui carboni…Fuori ancora non si sentivano le scariche dei fucili a ripetizione dei Napoletani e dei Salernitani, che oggi da prima dell’alba già sparano a tutto ciò che vola, pettirossi e…farfalle compresi.
Sempre quand’era inverno e tutto era bianco si giocava tutti insieme, piccoli e adulti, a palle di neve per i vicoli dei Fossi: che gioia per noi ragazzi vendicarci dei torti e dei soprusi che pensavano di aver subito dagli adulti…
D’estate ci si attardava davanti casa e si rimaneva per qualche ora a godere il fresco e ad ascoltare divertiti i racconti di vita degli anziani, in uno scenario e con stati d’animo assai simili a quelli descritti dal Leopardi ne “Il sabato del villaggio”…
Chi, come me, aveva la fortuna di vivere e di abitare in campagna poteva godere di sensazioni diverse. Si potevano ascoltare i misteriosi e prolungati “chiuuu..chiuuu…” degli “asciuoli” risuonare, riecheggiare e perdersi malinconici nella notte stellata con varie tonalità, mentre migliaia di lucciole, volando sui campi biondeggianti di grano ormai maturo, con le loro tenui intermittenze, ti mettevano nel cuore, nella mente e nell’animo una pace, una serenità ed una tranquillità, che solo la natura sa offrirti, quando con lei riesci a stabilire un rapporto ideale e riesci a perderti nello spettacolo da essa offerto, anche soltanto attraverso un lumicino intermittente che, vagando qua e là, punteggia e rischiara la notte serena… Potevi inoltre ascoltare l’usignuolo che avrebbe cantato tutta la notte.
Poi finalmente, con gli occhi che si chiudevano per il sonno, si andava a letto. Se era d’inverno si spegneva il fuoco con l’acqua, si ricopriva di cenere nel camino un mucchietto di carboni ardenti, necessari per accendere il fuoco il mattino seguente e si raggiungeva il letto, quasi sempre salendo al piano superiore con uno “scalone di legno”.
L’arredamento era molto semplice: il letto poggiava su due piedi di ferro su cui erano posate della tavole, un “saccone” ripieno delle spoglie (“ scarfuogl’”) delle spighe o pannocchie di granoturco e, poggiato su di esso, un materasso ripieno di lana di pecora. Saccone e materasso erano muniti di “tasche” attraverso cui si inserivano le mani o una forcella di legno (“la furcedda”), per risistemare il contenuto e ridistribuirlo nelle parti in cui mancava o si era spostato durante la notte.
Poi arrivarono le reti a molla (“li sbringh”) ed anche i mal di schiena; in compenso diminuì la polvere che si sollevava quando si rifaceva il letto…
Nella camera da letto, dove spesso dormiva tutta la famiglia, c’erano un comò, un armadio ed una cassa in cui era riposti il corredo delle nostre mamme e quello in preparazione delle nostre sorelle, oltre ai pochi vestiti ed indumenti di cui si disponeva.
Solitamente appese ad un muro, tramite il tacco che poggiava su di un chiodo, c’erano poche paia di scarpe per la festa.
Non potevano mancare ai lati del letto due comodini (“colonnette”), nei quali trovava spesso posto anche il vaso da notte, chiamato molto espressivamente “pisciaturo”, quando non veniva posato sotto il letto. Esso, dopo una notte di “bisogni” e “bisognini”, di buon mattino veniva svuotato nella strada e nei vicoli e dovevi stare attento a qualche…maleodorante bagno fuori stagione, se per caso ti trovavi a passare da quelle parti. Talora veniva svuotato nella neve e…”a la spenta r’ la neva assev’n’ r’ stronz’).
Di buon mattino potevi anche notare un andirivieni di persone, soprattutto di sesso maschile, che con un pezzo di giornale in tasca si recavano, con una certa urgenza a fare i propri bisogni in determinati posti del paese (alle “Lavanghe”, Al “Cerzone”, Al Giuliano, sotto il Piano dei Cavalieri, ai Fossi, ecc.). Se il bisogno era impellente non potevi certo attardarti a parlare con le persone che incontravi; ognuno frequentava quasi sempre lo stesso posto, stando ben attento a non mettere il piede nei resti del mattino precedente…
Talora non c’era la carta, ma l’erba e le foglie non mancavano. Si racconta che un suonatore di una banda, venuta a Carife in occasione di una festa, si recò sotto le Lavanghe per una sua impellente necessità corporale e si pulì con dell’erba raccolta al buio sul posto: scoprì a sue spese che a Carife c’era persino “l’erba che brucia il c…” e cioè le ortiche…
Un uomo soprannominato “Forlì” soleva dire che in casa sua non mancava proprio niente, perché c’erano perfino…i topi.
Appesi alle pareti e a capo del letto c’erano quadri in cui erano rappresentati soggetti religiosi (Sacra famiglia, Cuore di Gesù, Cuore di Maria, ecc.) e non mancavano gli ingrandimenti formato quadro delle foto degli antenati o dei mariti e dei figli in guerra o emigrati.
Quando si andava a letto ci si addormentava quasi subito; nel dormiveglia giungevano fino a te, e ti facevano sobbalzare, i versi inquietanti di una civetta, i furiosi latrati dei cani, i miagolii raccapriccianti dei gatti nella stagione degli amori, il raglio di un asino, i passi di un ubriaco che si ritirava da una delle cantine, dove aveva giocato fino a tardi a “padrone e sotto” ( Carmela “La Bambola”, ‘Ngiulina ”La Penta”…), vociando e discutendo.
Era anche possibile sentire le fornaie (soprattutto “Capa r’ Pica” e la “Sciusciara”), che giravano molto presto di mattino per “ordinare” a chi si era prenotato per fare il pane di “scanare”, ovvero di preparare le panelle, perché il forno era pronto.
Chi viveva in campagna poteva ascoltare invece un concerto formato dal gracidare di rane e rospi proveniente dal vicino fiume, del quale si poteva udire anche il rumore dell’acqua che vi scorreva, il cri-cri di diecine di grilli, il rumore di uno dei pochi trattori che arava, quello lontano di una trebbia, che macinava le “gregne”fino a notte inoltrata.
D’inverno in paese si udiva spesso il rumore del vento che investiva la cima della nostra montagna e quando “sentivi” che stava per nevicare già pensavi alla tagliola e alle battaglie…di palle di neve, ti rannicchiavi nelle coperte, ti coprivi anche la testa e dormivi beato.
Oggi, ai primi fiocchi di neve, si pensa: “Che bello! Domani non andrò a scuola”. Tanto i genitori ci difendono, ci spalleggiano, ci proteggono e…diventano complici delle nostre marachelle e dei nostri “filoni” alla prima occasione…
Talora, pur non essendo dei piccoli Pascoli, ascoltavamo lo scricchiolio prodotto dai tarli che rodevano il legno dei mobili.
Mio nonno poi mi raccontava che ai suoi tempi (era nato il 31 gennaio 1876) si mettevano delle bacinelle colme d’acqua sotto i piedi del letto, per impedire alle cimici presenti nella stanza di raggiungere chi dormiva nel letto e che cimici, pulci e pidocchi sparirono quando gli Americani, durante la Seconda guerra mondiale, portarono in Italia il “flit” e il DDT, che in seguito furono considerati addirittura cancerogeni.
I genitori angosciati non si rivoltavano continuamente nel letto, su un cuscino che sembrava fatto di spine, in attesa che i figli tornassero all’alba da una discoteca, forse ubriachi o drogati, e il cuore non sobbalzava nel petto e non arrivava in gola, quando improvviso giungeva alle orecchie il suono di in’ambulanza o quello orribile di un claxon, il rombo del motore di una moto di grossa cilindrata o la sgommata di una macchina, il rumore di una violenta frenata seguita da uno schianto, il frastuono di uno stereo a tutto volume.
Insomma quelli erano altri tempi…

LA CASSA/BAULE PRESENTE NELLE CAMERE DA LETTO
LA CASSA/BAULE PRESENTE NELLE CAMERE DA LETTO

 

A ZONZO TRA GLI OGGETTI FUORI MODA…

 

LE CHIAVI DI UNA VOLTA NELLA “SPASA”
LE CHIAVI DI UNA VOLTA NELLA “SPASA”
LA QUARTARA “MASCHIO”
LA QUARTARA “MASCHIO”
“F’SINA” TRASFORMATA IN PORTAFIORI
“F’SINA” TRASFORMATA IN PORTAFIORI
IN ALLEGRA COMPAGNIA…
IN ALLEGRA COMPAGNIA…
IN ALLEGRA COMPAGNIA (PARTICOLARE)
IN ALLEGRA COMPAGNIA (PARTICOLARE)
UN VECCHIO MACININO
UN VECCHIO MACININO
LA RADIO FRA AMICI
LA RADIO FRA AMICI
ANCORA UNA TRASFORMAZIONE IN PORTAFIORI
ANCORA UNA TRASFORMAZIONE IN PORTAFIORI
COME SOPRA
COME SOPRA
UNA BELLA COPPIA DI “PIGNATE”
UNA BELLA COPPIA DI “PIGNATE”
QUARTARA PORTAFIORI
QUARTARA PORTAFIORI
UN VECCHIO PIGNATARO ALL’OPERA
UN VECCHIO PIGNATARO ALL’OPERA
“RUAGNE” IN ATTESA DI COTTURA. Artigianato, terracotta, Carife (Av), clemente angelo raffaele
“RUAGNE” IN ATTESA DI COTTURA
Angelo Raffaele Clemente  Pignatar,  Artigiano della Terracotta di Carife (Av)
ANGELO RAFFAELE CLEMENTE NEL SUO LABORATORIO
LA “SPASA”, LA “SPASETTA”, IL PIATTO E LA “CARRAFA”
LA “SPASA”, LA “SPASETTA”, IL PIATTO E LA “CARRAFA”
OGGETTI DI IERI FATTI OGGI
OGGETTI DI IERI FATTI OGGI
OGGETTI DI OGGI IN ATTESA DI COTTURA
OGGETTI DI OGGI IN ATTESA DI COTTURA
GAETANO BRANCA (“BRANCATERRA”)  NEL SUO LABORATORIO
GAETANO BRANCA (“BRANCATERRA”) NEL SUO LABORATORIO
LABORATORIO “BRANCATERRA”: OGGETTI PRONTI PER LA VENDITA
LABORATORIO “BRANCATERRA”: OGGETTI PRONTI PER LA VENDITA
LABORATORIO “BRANCATERRA”: LA TRADIZIONE ANCORA PRESENTE
LABORATORIO “BRANCATERRA”: LA TRADIZIONE ANCORA PRESENTE
LABORATORIO BRANCATERRA: LA TRADIZIONE SI ARRICCHISCE
LABORATORIO BRANCATERRA: LA TRADIZIONE SI ARRICCHISCE
IL TUFO PER TREBBIARE SULL’AIA
IL TUFO PER TREBBIARE SULL’AIA
L’OCCORRENTE PER MIETERE IL GRANO A MANO
L’OCCORRENTE PER MIETERE IL GRANO A MANO
ERPICI PER LA SEMINA
ERPICI PER LA SEMINA
PILE PER L’OLIO ACCANTONATE
PILE PER L’OLIO ACCANTONATE
LA “COLA CONSERVA”
LA “COLA CONSERVA”
CASSA DA…EMIGRAZIONE
CASSA DA…EMIGRAZIONE
QUARTARA INNAFFIATOIO (“ BAGNAROLA”) CON VASETTO
QUARTARA INNAFFIATOIO (“ BAGNAROLA”) CON VASETTO

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