I MULINI AD ACQUA DEL TERRITORIO DI CARIFE…E DELLA BARONIA

 

resti di un mulino antico

 

UN PO’ DI STORIA…

1.  I CEREALI NELL’ALIMENTAZIONE  DELL’UOMO

 L’esigenza di sfarinare i cereali fu avvertita dall’uomo fin da quando, nel Paleolitico, scoprì che essi potevano essere utilizzati per la sua alimentazione e incominciò a raccogliere quelli che la natura spontaneamente gli offriva. Nel Neolitico l’uomo scoprì che poteva coltivare i cereali ed allevare il bestiame e questa scoperta rappresentò una delle più grandi rivoluzioni nella storia dell’umanità: i discendenti di Adamo e di Eva smisero di essere nomadi e si stanziarono nelle zone che meglio si prestavano a queste sue attività: terreni coltivabili, pascoli e presenza dell’acqua erano i presupposti fondamentali per il suo stanziamento e tutto ciò non mancava e non è mai mancato nelle nostre zone. L’uomo, spostandosi , portò con sé i semi che ben conosceva e li seminò e li diffuse nei luoghi che raggiungeva. Bisognerà aspettare gli inizi del secolo scorso che la ricerca scientifica incominciasse ad occuparsi della creazione di nuove varietà di cereali più precoci e produttive.
Nella ricerca scientifica fu maestro l’agronomo e dottore agrario marchigiano Nazareno Strampelli (1886-1942). Insieme alla moglie Carlotta riscoprì le leggi di Mendel iniziando l’ibridazione dei grani. Si apriva in questo modo il campo alla moderna genetica agraria. Ottenne così nuovi frumenti, incrociando il grano italiano con quello giapponese “Akagomugi”. Con 500 diversi incroci di frumento Strampelli riuscì a creare oltre 250 varietà. Tra i grani più noti inventati dai due coniugi ricordiamo il “Carlotta Strampelli” e l’”Ardito”, primo frumento precoce di alta produttività. La resa nelle nostre terre, prima che intervenisse la concimazione chimica, oscillava tra i 6 e i 12 tomoli di prodotto per ogni tomolo di grano seminato (un tomolo equivale a circa 40 Kg).
Nel 1919 Nazareno Strampelli fondò a Roma l’Istituto Nazionale di Genetica, dove ampliò le sue ricerche ottenendo importanti tipi di grani teneri e duri precoci, tanto che nel 1935 oltre la metà della superficie agraria italiana era coltivata con i suoi tipi di frumento. La sua opera di genetista si allargò anche al mais, all’avena, all’orzo, ecc… Nel 1929, in pieno regime fascista, fu nominato senatore per i suoi alti meriti scientifici.
La creazione della varietà “Ardito” , molto coltivato anche qui da noi, era stata dettata dalla necessità di anticipare la maturazione, e la conseguente mietitura, prima dello sviluppo delle larve delle micidiali zanzare, limitando i rischi di contagio e di diffusione della malaria. Era proprio questa la varietà di grano che più spesso veniva portata al mulino dai nostri contadini.
Naturalmente la farina usciva dal mulino insieme alla crusca (“la caniglia”) e, una volta portata a casa, doveva essere setacciata (“apparecchiata”) dalle sapienti mani delle massaie. Separata dalla “caniglia” veniva poi conservata nella madia (“la fazzatora” o “natrella”), nella quale rimaneva in attesa di diventare squisita pasta fatta in casa o profumatissimo, fragrante e appetitoso pane. Ma di questo parleremo un’altra volta…
La “caniglia”, mischiata con foglie di olmo, pezzi di zucca o di barbabietole finiva nel trogolo (“lu vavt”) in pasto ai maiali. Ricordo che mio padre, come tutti gli altri cacciatori, caricava in casa le cartucce ed usava come borra la crusca.

LA MADIA (“LA FAZZATORA”)
LA MADIA (“LA FAZZATORA”)
2.  Mulini e sistemi di molitura nella storia

L’uomo, per sfarinare i cereali, ha usato sempre una sua fedele alleata: la pietra. Di essa, facilmente reperibile in natura, si è servito per le sue molteplici operazioni quotidiane.
Dalle semplici e primitive “macinelle” azionate dalla forza delle sue braccia, l’uomo, gradatamente, passò alle macine più grandi, azionate da lui stesso o da animali.
Nel diritto romano, per chi avesse commesso un delitto, era prevista la pena severa e dura del “ tradere aliquem in pistrinum”, ovvero “mandare uno al mulino, condannarlo a girare la macina”. Il termine “pistrinum” indicava però anche il forno o la panetteria, solitamente annessi al mulino, come l’abitazione del mugnaio-fornaio. E’ questo il caso del bel “pistrinum”, sepolto dalla disastrosa eruzione del Vesuvio nell’agosto del 79 d.C. , riportato alla luce ad Ercolano. All’interno del mulino-forno è stato ritrovato anche lo scheletro di un asinello impiegato dal fornaio per azionare le macine laviche a forma di clessidra: era rimasto pazientemente legato al suo posto e, dimenticato dai padroni in fuga, era stato travolto e sepolto da lava, ceneri e lapilli. Ma i Romani, si sa, per girare le macine preferivano utilizzare gli schiavi…
Il mulino ad acqua, una fonte energetica a basso costo presente in abbondanza in natura, era già noto a Greci e Romani, ma si sviluppò, insieme al mulino vento, nell’Alto Medio Evo e nelle epoche successive. Era di varie tipologie, tutte dipendenti dal posizionamento della ruota idraulica munita di pale (chiamata “Ritrecine” con termine toscano) rispetto alla provenienza dell’acqua o della corrente che doveva azionarla. In tutti i mulini ad acqua presenti nel nostro territorio ed esaminati in questo articolo la ruota era posizionata orizzontalmente rispetto al foro da cui l’acqua usciva, precipitando dalla “saetta” o conduttura costruita all’interno della “torricella” (“lu turr’ciedd’). Un asse sosteneva la ruota, girava su di un perno metallico arrotondato e trasmetteva direttamente la rotazione impressa dall’acqua alla macina collocata al piano superiore. Dalle testimonianze e dal posizionamento della ruota rispetto al foro si evince che la rotazione della macina avveniva in senso antiorario.

MULINO SAN SOSSIO: L’INVASO E L’ENTRATA DELLA “SAETTA” DI CADUTA
MULINO SAN SOSSIO: L’INVASO E L’ENTRATA DELLA “SAETTA” DI CADUTA

Il termine latino “molina”, da cui deriva il nostro “mulino” o “molino”, era connesso a “mola”, termine con cui si indicava proprio la macina. Tertulliano, scrittore latino nato a Cartagine nel 160 d.C. e morto sempre a Cartagine nel 220) indica la mola con l’espressione “molinum saxum”.
Sull’attività della molitura hanno infierito nel corso della storia tasse e gabelle, dovute ai Signori ed ai Prelati proprietari degli impianti. L’imposta sul macinato, di chiara origine medievale, fu ripristinata nel 1862 da Quintino Sella, ministro delle Finanze del Regno d’Italia. Il provvedimento, assai impopolare, prima ancora di andare in vigore (1869) suscitò forti proteste, perché colpiva i consumi delle classi rurali e dei ceti più deboli. La famosa “legge sul macinato” fu abolita nel 1883.
L’invenzione della macchina a vapore e, successivamente, l’arrivo della corrente elettrica e del più moderno mulino “a cilindri” mandarono definitivamente in pensione il più antico e poetico mulino ad acqua: i vecchi impianti furono progressivamente abbandonati e, spogliati di ogni cosa riutilizzabile, diventarono ruderi invasi dalla vegetazione e così li ritroviamo oggi.

I MULINI AD ACQUA DELLA “BARONIA”…

Sul contrafforte di Trevico e lungo le sue pendici erano in funzione nel ‘700 e soprattutto nell’800 numerosi mulini ad acqua.: la particolare morfologia del territorio, la presenza di diverse sorgenti, la produzione di grano e…tante bocche da sfamare rappresentavano le condizioni ideali per la nascita dell’attività della molitura.
Nei territori dei Comuni di Carife (5), di Castel Baronia (3), di San Nicola Baronia (2), di San Sossio Baronia (2), di Trevico (3) e di Vallata (6) si contavano più di una ventina di mulini, e non possiamo escludere che ce ne potessero essere anche altri, di cui oggi non rimane più traccia.
Mulini erano presenti anche nei territori limitrofi e nel resto dell’Irpinia, considerata la presenza diffusa di sorgenti più o meno importanti in questa parte della Campania interna.
Ce n’era uno in territorio di Sant’Angelo dei Lombardi, in prossimità delle sorgenti del fiume Fredane. Di questo bel mulino, datato 1840, rimangono cospicui resti e sicuramente merita di essere restaurato e consolidato in tempi brevi, prima che crolli completamente.

IL BEL COMPLESSO DEL MULINO DI SANT’ANGELO DEI LOMBARDI (La parte di destra è stata sopraelevata in un secondo tempo)
IL BEL COMPLESSO DEL MULINO DI SANT’ANGELO DEI LOMBARDI
(La parte di destra è stata sopraelevata in un secondo tempo)
MULINO SANT’ANGELO: ARCHI DI ADDUZIONE DELL’ACQUA ALLA “TORRE”
MULINO SANT’ANGELO: ARCHI DI ADDUZIONE DELL’ACQUA ALLA “TORRE”

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SULLE STRUTTURE DEL MULINO SONO RIPORTATE DUE DATE: 1846 e 1869
SULLE STRUTTURE DEL MULINO SONO RIPORTATE DUE DATE: 1846 e 1869

Un mulino era ubicato in prossimità della contrada “Murge”, in agro di Flumeri, ed un altro era in funzione in località “Serra Renzita/Mezzamattina”, in territorio di Sturno. Ma di quest’ultimo parleremo più avanti.
Spesso al mulino era annessa una stalla per ospitare le bestie che portavano il grano e, come nel caso del mulino in funzione presso le sorgenti del Fredane, c’era anche l’abitazione del mugnaio costruita in sopraelevazione successivamente.
Il più antico mulino ad acqua è sicuramente quello di epoca romana, individuato a ridosso delle arcate del “Ponte rotto”, in territorio di Apice (Benevento). Ma i Romani, si sa, preferivano gli schiavi per azionare i mulini.
I mulini ad acqua erano ovviamente concentrati lungo i torrenti che convogliavano a valle le acque che scaturivano in vari punti dai conglomerati della Montagna di Trevico, della quale abbiamo già parlato in un altro articolo, ora archiviato nella sezione Storia/Preistoria di questo stesso sito.
Le sorgenti principali del contrafforte sono quelle di “Acquara” e “Tufara” di Castel Baronia (40/60 litri al secondo), quelle delle “Bocche” di Carife e quella delle “Festole” di Vallata, di portata quasi equivalente (circa 8 litri al secondo). Diverse altre piccole sorgenti si trovano a nord di Trevico.
I mulini lavoravano “a cascata”: l’acqua, dopo aver fatto funzionare quello più a monte, veniva ricaptata e faceva funzionare quello successivo (spesso situato a poche centinaia di metri) e così di seguito.
Era questo il caso dei 6 mulini del Vallone delle Bocche, di quelli di Trevico e San Sossio Baronia e di quelli di Vallata. I mulini di Acquara, nei pressi di Castel Baronia, potevano funzionare senza la vasca di accumulo o “torre”, data la notevole portata delle sorgenti. Di uno dei due mulini sono ancora ben visibili gli archi, simili a quelli degli acquedotti romani, che reggevano la condotta dell’acqua, portandola fino all’altezza necessaria per il buon funzionamento. Di quello più a valle, invaso dalla vegetazione, si vede ben poco.

GLI ARCHI DEL MULINO DELL’ACQUARA DI CASTEL BARONIA
GLI ARCHI DEL MULINO DELL’ACQUARA DI CASTEL BARONIA

 Stranamente lungo il Vallone dei Macchioni, il più ricco di acqua dell’intero contrafforte di Trevico, c’erano solo tre mulini. Il fatto è dovuto sicuramente all’impervietà del vallone e alla mancanza di una viabilità di accesso.
La tipologia edilizia costruttiva e la tecnica di funzionamento dei mulini erano piuttosto ripetitive: quando necessario si deviava l’acqua del vallone costruendo uno sbarramento in muratura e, attraverso una “palata” (roggia o gora) artificiale,che seguiva l’andamento naturale del fianco della collina, raggiungeva un invaso di accumulo costruito in terra battuta o in muratura mista. Dall’invaso o “torre”, collocato sempre a monte dell’impianto a circa 10 metri di altezza, l’acqua precipitava con forza e con potenza ad azionare le pale della ruota idraulica, quasi sempre in legno di quercia ( purtroppo nessuna di esse è arrivata fino a noi).
Il cunicolo di caduta dell’acqua, chiamato anche “saetta”, era di solito costituito da una serie di anelli concentrici in pietra ed era rotondo; era più largo in prossimità dell’invaso, al quale era collegato con un canale, andava progressivamente restringendosi e, in prossimità delle pale della ruota idraulica che azionava la macina, terminava con un foro rotondo del diametro di soli 25 centimetri, da cui l’acqua fuoriusciva con forza, potenza e velocità. Il mulino del Vallone dei Macchioni era dotato di una splendida e lunga torretta a base rettangolare (“Lu turr’ciedd’”). Al suo interno c’era una feritoia larga poco più di un metro e lunga più di quattro, rivestita internamente di splendidi mattoncini di forma allungata di fabbricazione locale. Alla base di questa torretta c’era una grossa pietra “favaccia” a forma di tronco di piramide, attraversata da un foro imbutiforme, in cui, quando si voleva arrestare il mulino, con un marchingegno s’ infilava un palo acuminato, una sorta di grosso tappo, oscillante intorno ad un perno di sostegno. Il meccanismo, naturalmente, era azionato dall’interno del mulino.

MULINO DEL VALLONE DEI MACCHIONI: “LU TURRICIEDD”
MULINO DEL VALLONE DEI MACCHIONI: “LU TURRICIEDD”
MULINO “MACCHIONI”: FORO DA CUI USCIVA A PRESSIONE L’ACQUA
MULINO “MACCHIONI”: FORO DA CUI USCIVA A PRESSIONE L’ACQUA

 La ruota (chiamata “ritrecine” con parola toscana), simile a quella di un carro, aveva un diametro di circa un metro e mezzo: più grande era la ruota più aumentava la potenza e la capacità di macinazione del mulino. Essa era situata orizzontalmente in fondo ad una breve galleria (detta anche “carcere”), larga quanto bastava per contenerla; un asse attraversava la ruota idraulica e ruotava su di un perno metallico arrotondato ed incastrato in un apposito alloggiamento. Solitamente era indicato con il nome di “fuso”.

IL “RITRECINE” (RICOSTRUZIONE) DEL MULINO RESTAURATO A MORRA DE SANCTIS
IL “RITRECINE” (RICOSTRUZIONE) DEL MULINO RESTAURATO A MORRA DE SANCTIS

L’acqua poi defluiva dalla galleria per essere riutilizzata da altri mulini o per l’irrigazione. Quest’ultima pratica seguiva un regolamento non scritto, consolidato nel tempo; non mancavano però prepotenze, abusi e soprusi che, almeno in un caso, scaturirono addirittura in un omicidio.
Nei nostri mulini, solitamente di piccole dimensioni, l’asse è sempre verticale rispetto alla direzione della corrente e su di esso, tramite una grossa “zeppa” ad elica inserita in un’apposita scanalatura, è direttamente fissata la macina, che ruota sulla parte fissa (palmento) alla stessa velocità delle pale e sfarina ciò che viene immesso dalla tramoggia (“la tramoscia”).
La fuoriuscita del grano dalla tramoggia era regolata da meccanismi semplici ma efficaci e passava attraverso il foro centrale della macina ruotante, raggiungendo la zona di molitura del palmento. L’ asse che attraversava la ruota idraulica ruotava su di un perno metallico arrotondato ed incastrato in un apposito alloggiamento. Solitamente era indicato con il nome di “fuso”.

INTERNO DEL MULINO DI ACQUASANTA TERME (ASCOLI PICENO)
INTERNO DEL MULINO DI ACQUASANTA TERME (ASCOLI PICENO)

I mulini macinavano di tutto ed avevano un ruolo fondamentale nella vita e nell’economia del paese: grano, granoturco, favette (“li faudd’”), orzo, avena, ceci, ghiande, castagne e ogni altro tipo di cereali (miglio, segale, “speveza”, “ieruman”, ecc. e fornivano il necessario sostentamento alle persone, alle famiglie ed agli animali.
La macina ruotante e la parte fissa (palmento) avevano solitamente un diametro di circa un metro e venti; ovviamente maggiore era il diametro della macina, maggiore era la capacità molitoria dell’impianto.
Spesso per la costruzione delle macine veniva impiegata pietra locale (favaccia) proveniente anche dalla “Pietra del Pesco”. In qualche caso la macina era assemblata con vari pezzi, tenuti insieme da grossi cerchi metallici. Per il mulino dei Macchioni qualcuno ha parlato addirittura di mole “francesi”, forse perché provenivano proprio dalla Francia.

MACINA “ASSEMBLATA” DEL MULINO DI MARIA MADDALENA PERIN “LEONTINA”
MACINA “ASSEMBLATA” DEL MULINO DI MARIA MADDALENA PERIN “LEONTINA”

Periodicamente le macine dovevano essere “ribattute”, perché l’uso consumava le scanalature presenti all’interno: esse somigliavano ai raggi della ruota di un carro, andavano dal centro alla periferia ed erano leggermente incurvate e intercalate da scanalature più piccole, in modo da facilitare la fuoriuscita della farina. L’operazione richiedeva la rimozione della tramoggia e lo spostamento con funi, verricelli, rulli e leve della macina superiore, che veniva poi anche rovesciata.
Dopo di che il mugnaio, vero esperto del mestiere, iniziava la ribattitura delle macine con appositi martelli a doppia punta piatta e piena di bitorzoli o piccole protuberanze, atte a scalfire e a “bocciardare” (rendere ruvida) la pietra. Finita l’operazione la macina ritornava al suo posto e veniva fatta un’attenta messa a punto e “riequilibratura” dell’intero impianto, onde evitare pericolose ed inopportune oscillazioni durante il funzionamento.
Nella toponomastica del nostro territorio la presenza del mulino ha dato spesso anche il nome alla località, per cui si diceva “lu mulin’” o “re’ mulen’” per indicare posti dove ce n’era uno solo o più di uno.

…E DEL NOSTRO TERRITORIO

Periodicamente le macine dovevano essere “ribattute”, perché l’uso consumava le scanalature presenti all’interno: esse somigliavano ai raggi della ruota di un carro, andavano dal centro alla periferia ed erano leggermente incurvate e intercalate da scanalature più piccole, in modo da facilitare la fuoriuscita della farina. L’operazione richiedeva la rimozione della tramoggia e lo spostamento con funi, verricelli, rulli e leve della macina superiore, che veniva poi anche rovesciata.
Dopo di che il mugnaio, vero esperto del mestiere, iniziava la ribattitura delle macine con appositi martelli a doppia punta piatta e piena di bitorzoli o piccole protuberanze, atte a scalfire e a “bocciardare” (rendere ruvida) la pietra. Finita l’operazione la macina ritornava al suo posto e veniva fatta un’attenta messa a punto e “riequilibratura” dell’intero impianto, onde evitare pericolose ed inopportune oscillazioni durante il funzionamento.
Nella toponomastica del nostro territorio la presenza del mulino ha dato spesso anche il nome alla località, per cui si diceva “lu mulin’” o “re’ muAbbiamo detto che nel territorio di Carife c’erano in tutto 5 mulini ad acqua. Quattro di essi sono riportati in Catasto come “fabbricati rurali” (vedi foglio 2 e foglio 4). Avevano strutture molto simili a quelle presenti nel resto d’Italia: la “palata” per l’adduzione dell’acqua, l’invaso o “torre” di dimensioni variabili, gli archi per avvicinare l’acqua alla “saetta” e la galleria nella quale era collocata la ruota idraulica. Ognuno dei quattro mulini delle Bocche, ridotti a miseri ruderi invasi dalla vegetazione che quasi li strangola e li soffoca, ha conservato uno di questi elementi: procedendo verso le sorgenti il primo mulino conserva solo il grande invaso in muratura, il secondo un arco che reggeva la condotta di avvicinamento dell’acqua alla “saetta” di caduta ormai collabente e fatiscente, il terzo solo parte della torretta (“turr’ciedd’) attraversata da un condotto di caduta formato da tubi di argilla, cotti sicuramente nelle fornaci di Carife ed il terzo solo la parte finale della galleria in fondo alla quale era collocata la ruota idraulica (rimane il foro di uscita dell’acqua): Quest’ultimo è diventato una discarica di bottiglie di birra vuoto a perdere e sarebbe anche facile individuare il responsabile o i responsabili di una tale irriverenza.len’” per indicare posti dove ce n’era uno solo o più di uno.

“LE BOCCHE” DI CARIFE: L’ARCO DEL SECONDO MULINO
“LE BOCCHE” DI CARIFE: L’ARCO DEL SECONDO MULINO

I resti del 5° mulino si trovano in località Fiumara, a valle del “Cerreto” o “Cerrito”, in prossimità della casa e del laboratorio  del marmista Sig. Armando Maiullo,  Conserva buona parte dell’invaso in muratura e parte della torre di caduta dell’acqua con la parte finale della galleria di uscita. Di questo mulino sappiamo che è appartenuto ai Sigg. Tullio di Vallata e che sfruttava una parte dell’acqua del fiume Ufita, derivandola all’altezza della contrada Oliveto o Alivita. Non è riportato in Catasto e non sappiamo fino a quando è stato in funzione. Sicuramente è questo il mulino che il Catasto Onciario (compilato pare nel 1747) attribuisce a Felice Capobianco, marchese di Carife (cfr. a questo proposito M. De Luca, Carife nel Catasto Onciario, parte prima, VICUM marzo 1984, pag 37 e seguenti). Nella torretta sono ancora ben visibili i fori all’epoca frequentati ed “abitati” dai piccioni “torraioli”: i piccioncini facevano gola a grandi e piccini…

RESTI DEL MULINO DI LOCALITA’ “FIUMARA/CERRITO”
RESTI DEL MULINO DI LOCALITA’ “FIUMARA/CERRITO”

I quattro mulini presenti nel vallone delle Bocche funzionavano sicuramente nella seconda metà dell’800. Testimonianze certe sono venute oltre che dai discendenti dei mugnai di allora, anche dai Registri dello Stato Civile esistenti presso il Comune di Carife, impiantati dal 1809 (prima non esistevano). Tra i “mulinari” delle Bocche meritano di essere ricordati i cugini Siconolfi. Uno dei due, Michele Arcangelo, era nato a Carife il giorno 8 maggio 1864 da Rocco e da Di Marco Lucia. Il 28.1.1892 sposò Tudisco Grazia. Nel registro sono riportate, in successione, le qualifiche di mugnaio, proprietario, “enfiteunte” (sic!) e coltivatore. Morì a Carife il 24.5.1946.
L’altro cugino, di nome Michelarcangelo, nacque da Luigi e da Giangrieco Vincenza il 22.1.1857. Sposò Clemente Filomena il 28.1.1892. Mantenne la qualifica di mugnaio fino alla morte, avvenuta il 3.9.1931.
I due cugini Siconolfi gestirono quasi sicuramente i tre mulini più a monte.
Sembra che a condurre il mulino più a valle sia stato. Per un certo periodo, Melchionna Rocco nato il 28.10.1867, sposato con Siconolfi Vincenza, emigrato negli Stati Uniti il 31.5.1921 dove poi morì.
Uno dei due cugini Siconolfi ,per la sua esperienza divenne socio di Izzo Giambattista (“ Titta r’ Vulentier”), quando questi rientrò dall’Argentina, dove era emigrato, e decise di impiantare un mulino mosso da una forza di nuova generazione: una macchina a vapore che usava come combustibile il coke, residuo della distillazione di diversi carboni fossili e dotato di un alto potere calorico (circa 7000 calorie al Kg.). Izzo Giambattista era nato il 17.9.1876, pochi mesi prima di mio nonno Raffaele Loffa ( “Cazzullo”) nato il 31,1,1876. Titta sposò Teresa Pezzano ed ebbe numerosi figli; mantenne la qualifica di mugnaio fino alla morte, avvenuta a Carife il 6.4.1946. Gli anziani ricordano ancora le sue pittoresche “imprecazioni” quando la macchina a vapore, con il suo assordante rumore che si sentiva fino ai “Fossi”, proprio non ne voleva sapere di funzionare correttamente. La società con il Siconolfi si sciolse presto, pare per una banalità: egli avrebbe mollato un ceffone ad uno dei figli di Giambattista.
Appena arrivò la corrente a Carife (1930) il mulino fu immediatamente trasformato e durante la seconda guerra mondiale, con la corrente che andava e veniva (andava più che veniva), bisognava sfruttare anche la notte per macinare… Dopo la morte di “Titta” nel mulino si alternarono i figli. Io ricordo Lorenzo, diventato poi “collocatore” e, soprattutto, il compianto “Z’ Faluccio” (Vincenzo Raffaele), persona buona e di provata onestà, amico di tutti noi. In seguito alla crisi che investì il settore della molitura in piccolo e all’arrivo dei forni e del pane, venduto “porta a porta” e della pasta preconfezionata, Z’Faluccio, chiuso il mulino, acquistò una pala meccanica e…cambiò mestiere. Z’ Faluccio, ultimo dei fratelli, era nato nel 1930 ed aveva preso lo stesso nome del fratello morto il 2.12.1927 all’età di diciannove anni, a Tripoli, dove era andato volontario. Il giovane e sfortunato ragazzo è l’unico, oltre al padre Titta, ad avere la qualifica di mugnaio nel foglio di famiglia, formato nel 1936 a seguito del censimento.
Antonio Izzo (Totonno), uno dei figli di Titta ancora in vita, riferisce che a seguito della demolizione post-sismica del locale donò al Comune il vecchio mulino ancora perfettamente funzionante; ignora però che fine abbia fatto la sua donazione; aveva messo a disposizione anche una sua eventuale consulenza per favorire il montaggio e la dimostrazione di come si macinava una volta, magari agli alunni delle scuole richiamati da un museo della nostra civiltà contadina: un vero peccato…
Ma a Carife in anni recenti ha funzionato anche un altro mulino: quello impiantato nel 1956 (anno della gran gelata che distrusse molti dei nostri secolari ulivi) da una sapiente ed intraprendente veneta di nome Maria Maddalena Perin, da tutti conosciuta come “Leontina”, deceduta nel corso del 1995 all’età di 93 anni. Aveva sposato Giuseppe Di Ianni, primo Sindaco di Carife, ed era la madre dell’attuale primo cittadino, Raffaele Di Ianni e di Giustino, insegnante in pensione. In precedenza la nostra attiva signora gestiva anche un frantoio oleario ( che lei chiamava “il trappeto”). Il mulino di Leontina era costituito da una parte moderna “a cilindri”, che macinava il grano ricavandone un’ottima farina, e da un palmento vecchio tipo, utilizzato solo per sfarinare cereali (granone, orzo, avena, ecc.) necessari per l’alimentazione degli animali.

AVVENTURE E…DISAVVENTURE INTORNO AL MULINO

Circa quello che accadeva nei mulini circolavano racconti di avventure a dir poco…boccaccesche, e qualcuno li ricorda ancora oggi, nonostante il trascorrere lento ed inesorabile del tempo.
Si narra, ad esempio, di un giovane mugnaio che, invaghitosi di una bella e giovane contadinotta, cliente un giorno del suo mulino, le mise gli occhi addosso e, una volta accortosi della sua “disponibilità”, decise…di farle la festa. Con vari pretesti ritardò la molitura del grano, aspettando che arrivassero, complici, le prime ombre della sera. La bella donna partì finalmente con il suo asino carico di profumata farina verso il vicino territorio di Guardia dei Lombardi, sperando in cuor suo che il focoso e ardimentoso giovane “mulinaro”, che non le era certo indifferente, osasse di più e la raggiungesse strada facendo: così fu. Mentre l’asino, col suo prezioso carico, attendeva paziente e tranquillo legato ad un olmo brucando l’erba, i due si “ infrattarono” al chiaro di luna, accompagnati da mille lucciole; la bella e procace campagnola, “ianca e rossa cum’ a na c’rasa”, sebbene regolarmente e felicemente sposata, concesse ben volentieri le sue grazie al giovane mugnaio: i grilli lanciavano i loro cri-cri d’amore ed il malinconico chiuuuu…di un assiolo si perdeva lontano, nella notte serena…
In seguito però i parenti di lei lo vennero a sapere ed il marito giurò tremenda vendetta. La cosa però non gli riuscì: il giovane “cornificatore” andava frequentemente a ballare, come tanti ragazzi di Carife, nelle masserie di Guardia dei Lombardi, dove non mancavano certo le belle ragazze, che spesso finivano per sposare proprio un Carifano. Una sera, consapevole dei rischi che correva (le minacce infatti erano già arrivate alle sue orecchie), si presentò al ballo in buona compagnia e uno dei suoi amici aveva addirittura un fucile.
Il marito di lei alla fine, “cornuto e mazziato”, dovette sottostare anche agli scherzi che l’allegra compagnia gli riservò durante tutta la serata trascorsa tra “tarantelle” e “batticuli”, cosa nella quale le ragazzone “guardiole” erano incontrastate ed esperte maestre: ci si ritirava a notte fonda a casa con il “lato B” pieno di lividi, causati dalle micidiali e ben assestate “culate” e “ancate”delle ragazze, che fin da piccole apprendevano quest’arte dalle loro mamme e dalle loro nonne.
Il bello è che qualcuno giura che questo fatto, secondo uno stile prettamente boccaccesco, è realmente accaduto: perché non credergli?
Un’anziana donna ricorda che, entrando nel mulino, lo trovò frequentato da “na morra” di sorci affamati, che si aggiravano sulle travi del soffitto e sotto gli embrici: erano irresistibilmente attratti dal buon odore di farina che inondava il luogo e aspettavano pazienti che arrivasse la notte per avere la loro parte…
La fame spingeva spesso “mulinari” e clienti nei campi circostanti: Ortaggi, pannocchie, patate, frutta saziavano e allontanavano la gran fame che tormentava un po’ tutti, specialmente durante la seconda guerra mondiale, periodo in cui i mulini ad acqua, mancando la corrente elettrica, furono maggiormente frequentati e lavorarono quasi a ciclo continuo.
A volte si cuoceva anche qualche pollo o qualche gallina rubacchiati qua e là, ora a questo ora a quello. Talora le pannocchie e le patate si andavano a raccogliere, a rotazione, nel campo di ciascuno dei componenti della sempre allegra ed affamata compagnia.
Si racconta la storia di uno di loro che non voleva assolutamente che si andasse nei campi di proprietà della sua famiglia. Una sera, mentre alcuni ad arte lo intrattenevano, altri andarono nel suo campo e raccolsero un centinaio di saporite e tenere pannocchie di granone: si preparò un grande fuoco con le stoppie di grano e man mano che le spighe “scarfogliate” cuocevano, riempendo di profumo l’aria intorno, qualcuno, rivolgendosi al nostro amico, disse: “ Ntò, mangia mangia come se fossero tue!” Antonio comprese a volo che cos’era successo, capì l’antifona e da quel giorno… non si sottrasse più a quella specie di rotazione ciclica.
Al mulino a volte si portava solo qualche chilo di grano, specialmente durante la guerra e si andava a piedi e di contrabbando, utilizzando scorciatoie ed evitando la strada principale, frequentata oltre che dai Tedeschi, anche da qualche ladruncolo malintenzionato.
Vincenzo Lomaistro racconta che ebbe un incontro non desiderato nei pressi del “Castagnone” con dei soldati tedeschi che viaggiavano a bordo di una camionetta. Era poco più che un ragazzo e ritornava di sera a Carife, con qualche chilo di farina, dal mulino dell’Acquara di Castel Baronia. Impaurito e tremante, bianco come la carta, fu fatto salire a bordo del mezzo militare, temendo il peggio. Si avviarono verso il paese e quando arrivarono al Piano dei Cavalieri fu fatto scendere e gli fu dato anche un astuccio di caramelle. Quando arrivò a casa raccontò l’avventura alla mamma, che buttò via le caramelle temendo che fossero avvelenate: anche presso di noi i soldati tedeschi erano temuti e non godevano di buona fama e considerazione.

L’AMICO VINCENZO LOMAISTRO
L’AMICO VINCENZO LOMAISTRO

Nella grande “torre” del mulino, in cui era raccolta l’acqua, in attesa di essere utilizzata per la macinatura, i ragazzi più grandi facevano il bagno ma impedivano a noi più piccoli di fare altrettanto: il pericolo era grande.
Spesso i giovani “molinari”, con l’aiuto dei clienti del mulino, deviavano l’acqua del “Vallone dei Macchioni” che convogliava a valle le fredde e pulite acque delle ricche sorgenti di Castel Baronia e catturavano numerose anguille e grossi capitoni che, risalendo la corrente dal vicino fiume Ufita, arrivavano fin sotto le pale della grossa ruota che girava la macina.
A volte si aggregavano anche i contadini che, dovendo irrigare i loro campi, arrivavano fino al mulino, nei cui pressi c’era la “pigliata” dell’acqua con le sue diramazioni.
L’operazione era semplice: bastava prosciugare l’acqua che ancora ristagnava nelle pozze rimaste con dei secchi, pestare con i piedi in profondità sotto le strette ed erbose rive del vallone ormaia secco e guizzanti anguille e capitoni di grosse dimensioni venivano fuori nel fango dagli anfratti e dalle tane. Lo spettacolo non mancava ed era davvero eccitante: tra grida ed incitamenti i pesci venivano catturati, ma spesso sfuggivano di mano e bisognava farli uscire di nuovo dalla melma.
Ricordo perfettamente che una volta nostro zio Antonio Loffa (“Cazzullo”), un vero esperto in questo campo, afferrò tra i denti la testa di un grossissimo capitone che era riuscito più volte a sfuggirgli di mano: ovviamente tutti i numerosi presenti se la ridevano a crepapelle, vedendo il suo volto pieno di fango ed il capitone che si dimenava a destra e a manca, tentando inutilmente di liberarsi.
Qualcuno intanto aveva già provveduto a preparare la brace, sulla quale venivano messe le anguille che si muovevano ancora: arrostite a dovere, venivano mangiate con gusto ancora caldissime. Posso assicurarvi che avevano un sapore unico: una poesia che non avresti mai più dimenticato per il resto della tua vita.
Talora, specialmente di notte, le anguille seguivano la corrente fino nei solchi degli ortaggi che si stavano irrigando: ricordo che una volta mia sorella Maria, allora piccola ma volenterosa, attiva ed intraprendente ragazzina, con una buona dose di coraggio, riuscì a catturare un grosso capitone, rimasto a secco in un solco di tabacco, dopo che l’acqua era stata “girata” in quello adiacente: finì in padella l’indomani…con grande gusto di quei fortunati che riuscirono ad averne un pezzettino.
Purtroppo quasi tutti gli attori di quelle scene, rimaste nel cuore e nell’anima, oggi non ci sono più. Quando ripensi a quei giorni spensierati ed alle persone passate a miglior vita, ti assale una grande malinconia e ti viene un groppo alla gola, cosa questa che succede a tutti gli anziani che ripercorrono a ritroso le tappe della loro vita passata e specialmente dell’infanzia.
Al mulino si pagava quasi sempre in natura: come una sorta di “terraggio” il mugnaio tratteneva qualche chilo di farina necessaria per sfamare le molte bocche della sua famiglia. (Felice Fabiano “Salvaturiedd’ avena ben 12 figli…) o veniva venduta o, magari, veniva data al padrone dell’impianto: Il molinaro era quasi sempre conduttore in affitto e non proprietario e spesso pagava il “censo”.
I mugnai non godevano fama di onestà e spesso rubacchiavano qualche chilo di farina, sfruttando anche l’ottima e addomesticata conoscenza della “stadera” usata per pesare il grano prima e dopo la molitura. Del resto anche un racconto di antologia, studiato da piccoli, raccontava del curato di Cucugnano, che, dovendo confessare per Pasqua i suoi parrocchiani, riservava al mugnaio un’apposita intera giornata, tali e tanti erano i peccati che questi doveva confessare…
Talora nei mulini, nottetempo, veniva rubata anche qualche “sarma” di grano in attesa di macinatura.
Durante il duro lavoro dei campi, e specialmente durante la mietitura e la raccolta delle olive, si cantava una canzone che raccontava la storia di una bella ragazza, chiamata ora Rosina ora Lucietta, “dagli occhi bianchi e neri”. La madre, gelosa custode della bellezza e della verginità della figlia, non la mandava mai in giro da sola, nemmeno ad attingere l’acqua con la “quartara” alla vicina fontana.
Un giorno però la ragazza andò sola al mulino e trovò che il “mulinaro” se la dormiva alla grande, stanco per il duro lavoro. Una volta svegliato, il ragazzo mise in funzione l’impianto e, mentre il mulino macinava, incominciò ad allungare le mani e ad infastidire la bella giovane, attratto dalla sua bellezza. La ragazza gli fece presente che aveva ben sette fratelli che non avrebbero tollerato l’affronto e non l’ avrebbero perdonato. Il mugnaio non se ne curò, usò la sua “pistola caricata con due palline d’oro” (in senso metaforico) e… fece la festa alla Lucietta dagli occhi bianchi e neri, pronto a subirne le conseguenze e…la vendetta dei fratelli.
Intorno al mulino insomma ruotava un variegato mondo contadino, alle prese con problemi di sopravvivenza e con una povertà che spesso rasentava la miseria, affrontata però da tutti sempre con grande dignità ed onestà.
A testimoniare la centralità e l’importanza del mulino in questo mondo e nella sua cultura giova ricordare qualcuno dei proverbi che ruotavano intorno ad esso e che ognuno può interpretare come vuole: “Ogni mulino vuole la sua acqua” , “Tirare l’acqua al proprio mulino”, “Chi va al mulino s’infarina”, “Il mulino non macina senz’acqua” e, forse il più citato, “Acqua passata…non macina più mulino”.
Per indicare poi che una ragazza aveva raggiunto la maturità sessuale. e che magari già provava a fare le prime esperienze in questo…affascinante campo, si diceva maliziosamente che già portava “la sarma a lu mulino…”. La “sarma” era l’equivalente di un quintale di grano.

IL MULINO DEL VALLONE DEI MACCHIONI

Questo mulino occupa un posto privilegiato nei mie ricordi: intorno ad esso sono cresciuti i miei bisnonni, i miei nonni, i miei genitori ed i miei parenti più stretti. Proprio a poche centinaia di metri da esso ho vissuto la mia prima infanzia e la mia giovinezza: rivedo la sua mole amica solo se chiudo gli occhi…
Ora l’azione inesorabile del tempo, l’incuria dell’uomo e l’accanimento della natura ne hanno fatto solo un rudere ricoperto di vegetazione e solo qualche suo “pezzo” è ancora rintracciabile a poca distanza da esso. Non si conosce con precisione l’anno di costruzione di questo bel mulino: si sa che uno dei primi mugnai fu un certo Sabatiello, a cui subentrò come gestore tale Giuseppe Malgieri da Vallata, sposato a Castel Baronia. Successivamente l’impianto fu ceduto a Fabiano Felice, nato a Carife il 5.1.1880 e qui deceduto in data 8.3.1962. Felice, padre di ben dodici figli, era figlio di Salvatore, nato a Carife il 5.9.1948 e qui morto il 25.2.1922. Piccolo di statura era chiamato “Salvaturiedd”, soprannome che passò poi a tutti i suoi discendenti. Come consuetudine i nomi di Salvatore e di Felice sono stati portati in questa famiglia da molti dei discendenti fin dai primi dell’800. Ad un certo punto nella gestione del mulino subentrarono alcuni dei figli di Felice:

1. Vito Antonio, nato il 15.10.1908, morto negli U.S.A., dove era emigrato, negli anni ’90 del sec. scorso;

2. Salvatore detto “Togliatti”, nato il 4.5.10, morto il 14.11.76,

3. Rocco Paolo, nato il 19.10.11, morto il 3.3.67;

4. Giambattista detto “Titta”, nato il 24.10.14.

A volte nel mulino era presente anche Antonio Loffa, mio zio, soprannominato “Cazzullo” .
Vito Antonio Fabiano era un “mulinaro” assai esperto ed era capace di scalpellare con grande maestria la macina ruotante e la parte che rimaneva fissa (palmento). Aveva spostato Giovannina Primavera (detta “Rusca”) di alcuni anni più giovane. Come abbiamo detto emigrò negli Stati Uniti, dove sono ora i suoi discendenti.
Dopo la lunga gestione dei Fabiano il mulino passò a Giuseppe Di Paola di Sturno. “Il Fascista”, come era soprannominato quest’ultimo mugnaio, lo gestì insieme alla moglie Addolorata, fin verso gli anni ’50 del secolo scorso. Nel mulino, seppure per un breve periodo, troviamo anche Nicola Colella, detto “Lu p’ttuosc’” e, spesso insieme al fascista, un certo Granaudo pure lui di Sturno, soprannominato “Titiritiello”.
Da piccolo spesso accompagnavo a questo mulino mio nonno Raffaele “Cazzullo”: vi andavamo con la sua fida ed inseparabile mula carica, procedendo per un sentiero che costeggiava la “palata”, che portava l’acqua utilizzata per l’irrigazione fino alla nostra casa.
Ricordo distintamente, sebbene avessi solo qualche anno, che la sig.ra Addolorata, con un movimento sicuro e deciso si aggrappava ad una grossa leva in legno (quasi una trave), che sturava il foro da cui usciva sulla ruota con grande pressione l’acqua e la macina cominciava a girare: un grande rumore di acqua che cadeva accompagnava l’azione ed il rumore è ancora vivo nelle mie orecchie.
Poi il mulino si fermò per sempre e ora rimane solo nel ricordo di pochi.
I conduttori del mulino pagavano il “censo” ai Ciampone di Carife e poi al Dott. De Biasi (16 tomoli di grano all’anno).
L’acqua necessaria al funzionamento di questo mulino veniva deviata, all’altezza dei “Francolini”, dal vallone dei Macchioni con uno sbarramento in muratura. Attraverso una “palata” in terra battuta veniva convogliata in un grande invaso, detto “torre”, che sovrastava l’impianto. Una chiusa sollevata quando era necessaria, faceva arrivare l’acqua in un’altra torretta (“Turriciedd”), attraverso cui cadeva con forza da un’altezza di circa 8 metri e colpiva le pale della grossa ruota (diametro circa un metro e mezzo), che azionava la macina collocata al piano superiore.
Il rumore era forte e l’acqua accumulata nel laghetto consentiva la molitura di circa 4 quintali di grano, dopo di che occorreva attendere che la “torre” si colmasse di nuovo. Il segnale che la torre era piena e che il mulino era in grado di macinare veniva dato soffiando con forza in una grossa conchiglia: il suono prolungato emesso riecheggiava nella valle Ufita e arrivava molto lontano…

I MISERI E PIETOSI RESTI DEL MULINO DEL VALLONE DEI MACCHIONI
I MISERI E PIETOSI RESTI DEL MULINO DEL VALLONE DEI MACCHIONI

Un altro mulino funzionava contemporaneamente, a poche centinaia di metri, sull’altro versante dell’Ufita: si trattava del mulino di “Tre Onze” o della “Mezzamattina”, fatto costruire da Cipriano Francesco, originario di Rocca San Felice ma residente a Sturno. Rimasto a nove anni orfano di entrambi i genitori, era emigrato negli U.S.A., dove aveva fatto una discreta fortuna partendo da zero e lavorando anche alla costruzione del famoso ponte di Brooklyn a New York. Al suo rientro in Italia acquistò un grande appezzamento di terreno e, ricorrendone le condizioni, fece costruire il mulino derivando l’acqua necessaria dal Fiume Ufita.
Il funzionamento era identico a quello del mulino dei Macchioni. In questo mulino lavorò, da piccolo, anche il figlio Salvatore che in seguito impianterà a Sturno un mulino moderno, che ha funzionato fino a qualche anno fa. Nel mulino ad acqua lavorò a lungo anche un certo Biagio Famiglietti anche lui di Sturno.
Il sig. Alberto Famiglietti, figlio di Biagio, lavorò da piccolo in questo mulino e riferisce che la ruota idraulica era disposta orizzontalmente ed aveva un diametro di due metri, che le sue pale erano di ferro ed erano “a cucchiaio”. Riferisce inoltre che il mulino poteva macinare circa 5 quintali di grano al giorno e che per macinare il grano tenero occorreva minor tempo. Ricorda infine che il segnale che il mulino era pronto veniva dato anche con una grossa tromba “americana”.
In certi periodi dell’anno questo mulino era in grado di macinare di continuo, perché l’acqua derivata dal fiume Ufita era sufficiente da sola a muovere l’impianto e non c’era bisogno di riempire la “torre” o invaso, di cui il mulino era comunque dotato per fronteggiare le secche estive.

UN RECUPERO ED UN RESTAURO CON…POLEMICA FINALE

Attualmente i miseri resti dei cinque mulini ad acqua presenti nel territorio di Carife si trovano in uno stato di pietoso e completo abbandono e in qualche caso sono ormai appena visibili poche strutture. Sarebbe quanto meno opportuno un primo intervento immediato di salvaguardia, se non di ristrutturazione e restauro edilizio conservativo, di quanto rimane di essi, vista anche la straordinaria importanza di tali strutture, immerse in un paesaggio di bellezza straordinaria, tutelato oltretutto anche dalla famosa “Legge Galasso” (Tutela ambientale).
I mulini rappresentano la testimonianza e la memoria storica dei piccoli centri della Baronia, dove la coltivazione del grano e la sua trasformazione in farina e prodotti secondari ha rappresentato da sempre una delle poche fonti di economia.
Nascosto tra le sterpaglie e i rovi, in totale abbandono, nell’indifferenza generale, si trova un notevole ed importante pezzo del nostro ricchissimo patrimonio antropologico, che rischiamo di perdere per sempre. Tra l’altro tra le strutture rimaste sono cresciuti alberi di alto fusto che sgretolano i muri e ne favoriscono il degrado ed il crollo.

LE DISASTROSE CONDIZIONI DI UNO DEI MULINI DELLE BOCCHE
LE DISASTROSE CONDIZIONI DI UNO DEI MULINI DELLE BOCCHE

La Regione Campania, varando il  “Piano di Azione Locale” (P.A.L.) IRPINIA II, nell’attività B.3.6. prevede finanziamenti “per interventi di restauro e ripristino funzionale dei mulini ad acqua”. Alcuni progetti (Morra De Sanctis, San Sossio Baronia, San Nicola Baronia, ecc.) sono stati già finanziati ed i lavori sono in corso di ultimazione. Ma solo per alcuni mulini, purtroppo, è ancora possibile oggi il “recupero delle componenti e dei meccanismi necessari della molitura (macine, ruota, ecc.) per garantire la possibilità che il mulino possa essere messo in funzione, sia pure sporadicamente e a scopo dimostrativo…”. La normativa permette comunque anche la ricostruzione degli immobili e delle parti mancanti con tecniche costruttive e materiali conformi alle strutture originarie, nonché la ricostruzione degli invasi di raccolta (“torri”). Questa normativa ha consentito restauri troppo “pesanti” sia a San Sossio che a San Nicola Baronia: ci si trova di fronte a dei veri e propri “falsi”.

IL MULINO DELLA “IUMARA” DI SAN SOSSIO RESTAURATO DI RECENTE
IL MULINO DELLA “IUMARA” DI SAN SOSSIO RESTAURATO DI RECENTE
IL MULINO DI SAN NICOLA RESTAURATO DI RECENTE
IL MULINO DI SAN NICOLA RESTAURATO DI RECENTE
MULINO SAN SOSSIO: FORO DA CUI USCIVA L’ACQUA PER AZIONARE IL “RITRECINE”
MULINO SAN SOSSIO: FORO DA CUI USCIVA L’ACQUA PER AZIONARE IL “RITRECINE”
MULINO DI SAN NICOLA: GALLERIA DEL “RITRECINE” E FORO DI USCITA DELL’ACQUA
MULINO DI SAN NICOLA: GALLERIA DEL “RITRECINE” E FORO DI USCITA DELL’ACQUA

 

 I mulini delle Bocche, senza passare attraverso restauri ormai quasi improponibili, potrebbero far parte di un itinerario/percorso, che parta dalla località Molini di Castel Baronia e, passando per San Nicola, arrivi fino ai mulini ubicati in territorio di Carife.
Tra l’altro mancano memorie scritte e maestranze in grado di ricostruire, oggi, la ruota idraulica e quanto necessario per permettere al mulino di funzionare, sia pure a scopo semplicemente dimostrativo; oltretutto manca anche l’acqua…
Credo però che ogni intervento di restauro nel Vallone delle Bocche sia gravemente e fortemente condizionato da una grave contraddizione, che occorre eliminare ad ogni costo. Da tempo ormai qui stazionano centinaia di mucche con tutto il loro seguito di vitelli, cani. zecche e…padroni.

MUCCHE NEL VALLONE DELLE BOCCHE (IL VALLONE DEI MULINI)
MUCCHE NEL VALLONE DELLE BOCCHE (IL VALLONE DEI MULINI)

Ad avventurarsi sulla nostra montagna, una volta oasi di pace e di tranquillità, ora sono soltanto pochi “coraggiosi” o “temerari” che osano andarci in cerca di asparagi; di funghi, castagne, origano, fragoline…neanche a parlarne. E’ di qualche giorno fa l’incidente capitato ad un nostro concittadino che si era recato sulla Montagna di Carife in cerca di asparagi: per farsi estrarre una zecca ed il suo rostro conficcato nella pelle si è dovuto recare al pronto soccorso, dove gli sono stati praticati diversi punti di sutura. Un gran numero di mucche, greggi di capre e pecore belanti, cagnacci ringhiosi grossi come vitelli, torelli baldanzosi infuriati si aggirano tra gli alberi, nella piana e sulla montagna distruggendo tutto e degradando l’ambiente tra il disinteresse , l’apatia, l’indifferenza, il fatalismo e, soprattutto, l’inerzia di chi è preposto istituzionalmente proprio alla salvaguardia di un paesaggio che occorrerebbe mantenere incontaminato.
Proprio nel vallone delle Bocche, a ridosso dei ruderi dei mulini, stazionano all’addiaccio un centinaio o forse più di mucche (sicuramente più di quante il luogo possa sopportare senza riceverne danni irreversibili).
Il posto è in uno stato di sconcertante e catastrofico degrado oltre che di desertificazione: escrementi pieni di mosche, zecche, placente maleodoranti di mucche che hanno appena appena partorito invadono tutto con gravissimo possibile ed imminente pericolo di contaminazione e di inquinamento con streptococchi fecali (e la brucellosi?) le sottostanti falde acquifere che forniscono l’acqua potabile (?) al nostro Comune e a quello di Castel Baronia ed altri Comuni (Alto Calore).

VALLONE DELLE BOCCHE: UNA MUCCA HA APPENA PARTORITO UN VITELLINO
VALLONE DELLE BOCCHE: UNA MUCCA HA APPENA PARTORITO UN VITELLINO

Il luogo viene ora evitato perfino dalle coppiette in cerca di luoghi appartati e di intimità, e che notoriamente non vanno troppo per il sottile, quando devono “incespugliarsi”, anche in pieno giorno: il rischio è quello di ritrovarsi una “vacca loca”…guardona allo sportello della macchina, o un furioso torello che parte alla carica, se la tua macchina è di colore rosso.
Ma l’assurdità maggiore consiste nel fatto che vengono erogati cntributi (anche dalla Comunità Europea) per costruire sentieri (che dovrebbero essere persino illuminati di notte) per i diversamente abili, percorsi e staccionate, viene apposta segnaletica che invita ad “ascoltare il silenzio” e a “guardare i fiori” a praticare il “bici tour” e, contemporaneamente, si erogano contributi a chi “mantiene semplicemente in vita” le mucche che rovinano, imbrattano, degradano, deturpano, travolgono staccionate e parapetti, creano pericoli per il traffico (non ci sono segnali di animali vaganti lungo la ex S.S. 91, ora gestita dalla Provincia) e facendo rotolare ciottoli sulla sede stradale.

UNO DEI TANTI CARTELLI CHE TI INVITANO AD AVVENTURARTI SULLA MONTAGNA
UNO DEI TANTI CARTELLI CHE TI INVITANO AD AVVENTURARTI SULLA MONTAGNA
MUCCHE CHE PASCOLANO “PERICOLOSAMENTE” SUL  CIGLIO DI UNA SCARPATA DELLA S.S. 91
MUCCHE CHE PASCOLANO “PERICOLOSAMENTE” SUL CIGLIO DI UNA SCARPATA DELLA S.S. 91
MUCCHE SOPRA CARIFE: IN PRIMO PIANO…UN TORO
MUCCHE SOPRA CARIFE: IN PRIMO PIANO…UN TORO
UN TORO “PASSEGGIA” TRANQUILLO LUNGO LA STRADA STATALE 91 TRA CARIFE E VALLATA
UN TORO “PASSEGGIA” TRANQUILLO LUNGO LA STRADA STATALE 91 TRA CARIFE E VALLATA

In questo modo l’interesse ed il tornaconto di solo qualche persona sta privando violentemente tutti i cittadini di Carife del diritto di uso civico della nostra montagna e…non rispetta affatto la natura, nonostante i cartelli…

SOLTANTO…BUONI PROPOSITI BARONIA DI VICO
SOLTANTO…BUONI PROPOSITI

Ma non finisce qui! Se sei particolarmente…fortunato ti puo’ anche capitare di essere svegliato di soprassalto, in piena notte, da un furibondo e festoso (fastidioso) “scampanacciare”: una mucca “pazza” ma audace sta pascolando proprio sotto casa tua, alla periferia del paese, dove il Comune permette che l’erba cresca rigogliosa e fresca, in attesa di essere “voluttuosamente” brucata da un bovino, che ti lascia in regalo, per ringraziarti della tua accondiscendenza, una…maleodorante “merdona” piena di ronzanti mosche e tafani: Che vuoi che sia? In fondo anche questa è aria pura, anche se la circostanza ha veramente poco di agreste, idilliaco e…bucolico.
Ma anche questa è…un’altra storia.

IN CONCLUSIONE…

Desidero rivolgere un doveroso e caloroso ringraziamento  a tutti coloro che hanno fornito informazioni, ragguagli, ricordi personali e notizie o raccontato appassionatamente aneddoti , e in particolare:

  • Il Sig. ALFREDO GIANGRIECO, nato il 15.11.1909, dotato di una straordinaria lucidità, nonostante l’età;
  • Il Sig. PASQUALE CLEMENTE, responsabile dell’Ufficio Anagrafe del Comune di Carife,
  • Il Geometra GAETANO INNAMORATO, responsabile dell’ Ufficio Tecnico Comunale;
  • Il Geometra ROCCO ZIZZA, dell’Ufficio Tecnico Comunale;
  • Il Sig. GIOVANNI SANTORO da Castel Baronia (Per le notizie relative al Mulino del Vallone Macchioni”;
  • Il Sig. MARIO SANTORO da Carife (Per le notizie relative al Mulino del Vallone dei Macchioni;
  • L’Insegnante ELISA ODELANTI (Per le notizie relative al Mulino “Tre Onze” di Mezzamattina e al nonno;
  • Il Sig. VINCENZO LOMAISTRO (Per le notizie relative al Mulino ACQUARA di Castel Baronia;
  • Il Sig. ORAZIO SALVATORE (Una vera enciclopedia vivente del passato di Carife e delle sue tradizioni);
  • Il marmista Sig. ARMANDO MAIULLO (Per la disponibilità dimostrata);
  • Il Sig. ANTONIO IZZO (Totonno) (Per le notizie sulla sua famiglia);
  • Il Sig. ALBERTO FAMIGLIETTI (Per le notizie sul mulino di “Tre Onze).

Desidero ringraziare inoltre il Prof. SALVATORE SALVATORE per i materiali messi a disposizione e, soprattutto, per l’incoraggiamento che non  ha fatto mai venir meno.

SI INVITANO…

Tutti coloro che intendono muovere critiche, rilievi, obiezioni, appunti, contestazioni o aggiungere la propria testimonianza o esprimere giudizi su quanto è stato scritto o raccontato in questo articolo a farli pervenire al sito carife.eu o direttamente al sottoscritto, al seguente indirizzo di posta elettronica:

loffa.raffaele@alice.it

A P P E N D I C E…FOTOGRAFICA

RESTI DEL 3° MULINO DELLE BOCCHE
RESTI DEL 3° MULINO DELLE BOCCHE
mulini_carife (31)img
LA SEGNALETICA DIDATTICA…

 

 

mulini_carife (32)img
…E CIO’ CHE SI E’ REALIZZATO…SERVONO A QUALCHE COSA

 

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PIC-NIC DI MUCCHE IN UN’AREA ATTREZZATA (CON TANTO DI MERDE)
PAESAGGIO “BUCOLICO” DELLE BOCCHE
PAESAGGIO “BUCOLICO” DELLE BOCCHE
SIAMO SEMPRE NEL VALLONE DELLE BOCCHE
SIAMO SEMPRE NEL VALLONE DELLE BOCCHE
N VITELLINO CERCA LA MAMMELLA NEL POSTO SBAGLIATO…
N VITELLINO CERCA LA MAMMELLA NEL POSTO SBAGLIATO…

 

 

 

…POI FINALMENTE LA TROVA
…POI FINALMENTE LA TROVA

 

 

ALCUNI RIPOSANO…
ALCUNI RIPOSANO…
ALTRI…PENSA AL FUTURO CHE …
ALTRI…PENSA AL FUTURO CHE …
…GIA’ GLI STANNO PROGETTANDO E…
…GIA’ GLI STANNO PROGETTANDO E…
…REALIZZANDO
…REALIZZANDO
ANCHE LORO (A RIDOSSO DELLA S.S. 91)…ASPETTANO LA LORO PARTE…
ANCHE LORO (A RIDOSSO DELLA S.S. 91)…ASPETTANO LA LORO PARTE…
…CON LA COLLABORAZIONE PROPRIO DI TUTTI
…CON LA COLLABORAZIONE PROPRIO DI TUTTI
MACINA DI MULINO AD ACQUA PRESSO LA CASA DI ARMANDO MAIULLO
MACINA DI MULINO AD ACQUA PRESSO LA CASA DI ARMANDO MAIULLO
mulini "bocche" planimetria
mulini “bocche” planimetria
mulini "bocche" planimetria
mulini “bocche” planimetria
IL PAESAGGIO DI ORAZIO E LA BARONIA DI VICO…
IL PAESAGGIO DI ORAZIO E LA BARONIA DI VICO…
VI DANNO IL BENVENUTO E VI DICONO…ARRIVEDERCI
VI DANNO IL BENVENUTO E VI DICONO…ARRIVEDERCI